fabriziocoppola

Tonight I’ll be on that hill, ‘cause I can’t stop / I’ll be on that hill, with everything I got

In news on Settembre 24, 2009 at 00:23

La prima volta che ho ascoltato la musica del Boss avevo 17 anni. Un mio compagno del liceo mi aveva passato una parte del live 75-85. Era una cassetta basf da 90 minuti. Custodia trasparente, titoli scritti a mano. Dev’essere ancora a casa di mia madre, spero, rinchiusa in qualche cassetto.

Ogni adolescenza è peggio di una guerra, cantano i Tre Allegri Ragazzi Morti, e penso che sia uno dei versi più incisivi e reali della musica italiana, con buona pace di Mogol. È così. L’adolescenza è una guerra. Poi improvvisamente da un nastro spunta fuori la voce di qualcuno che vive a decine di migliaia di chilometri da te, ma sembra sapere esattamente come ti senti. E fa in modo che la sua musica ti entri nello stomaco come una dolce medicina e allo stesso tempo come un’enorme sveglia per riportarti alla realtà.

Circa un anno dopo aver ricevuto in regalo quel nastro, avevo comprato tutto quello che potevo su Springsteen. E avevo iniziato a suonare la chitarra. Il manuale del perfetto chitarrista, le settemila lire meglio spese della mia vita. Eccoli lì, tutti quegli accordi, do9, fasus4 ecc. Qualche mese dopo ho risposto a un annuncio di un gruppo di Lambrate, Le strade secondarie. Chiaramente ispirati a Bruce, cercavano un bassista. Io sapevo appena fare il giro di do sulla chitarra, ma mi presentai all’appuntamento. Con la spavalderia che si può avere solo in gioventù, andai a conoscere il cantante, Stefano Borella, un altro nome sulla lunga lista dei talenti sprecati di questo paese. Avevano un pianista eccezionale, che si faceva chiamare Grease e portava stivali di pitone. Capito? Stivali di pitone. Io ero, tipo, Wow – come Gene Wilder in Frankestein Junior: “Si-può-fare!”. Mi fecero sentire i brani, e mi piacquero molto. Ricordo ancora gli accordi e i titoli e i testi. Gli dissi che non avevo il basso – e che in realtà non lo suonavo neanche – ma che ne avrei recuperato uno e sarei diventato il loro nuovo bassista. Con mossa astuta, Stefano lasciò cadere la mia offerta, ma questo non ci impedì di diventare buoni amici.

Ero un adolescente introverso, molto introverso. Talmente chiuso da respingere qualsiasi tentativo di amicizia, di conoscenza. Recentemente ho scoperto che al liceo mi avevano appioppato un nomignolo piuttosto esplicito al riguardo – niente di cui andare orgogliosi. La mia politica era stare zitto, e ascoltare musica, sera dopo sera – e ogni tanto sbronzarmi. Mi chiudevo in camera, accendevo il fantastico stereo sharp acquistato mettendo via i soldi insieme a mio fratello – due posti cassetta, piatto per il vinile e lettore cd – mi chiudevo in camera, dicevo, ed entravo nel mio mondo. Spegnevo la luce e chiudevo gli occhi. Il boss contava 4, la folla urlava e il mio cuore andava in pezzi. Difficile spiegare adesso quella tonnellata di emozioni che mi arrivava addosso. Difficile spiegare come quella musica riuscisse a farmi sentire vivo nonostante le mie giornate fossero incredibilmente piatte e non riuscissi quasi a spiaccicare parola quasi con nessuno.

A un certo punto mio fratello iniziò a odiarmi perché ogni volta che tornava a casa mi trovava chiuso in camera – eravamo in tre a dividere la stessa camera da letto – con lo stereo acceso che immancabilmente rimandava le note della E street band. Ma dopo anni di dissenso, lo convinsi a comprare un biglietto per il primo tour del boss che avremmo potuto vedere. Quello con l’altra band. Sarebbe passato a milano per due date – una con biglietti solo per il resto d’italia, la seconda con biglietti solo per milano. Lo convinsi a comprare il biglietto, nonostante il giorno dopo avrebbe avuto lo scritto della maturità. La sera del concerto, tornai a casa, infilai le chiavi nella serratura e notai che alla fine del corridoio, là dove c’era la nostra camera, c’era la luce accesa. Attraversai il corridoio e spinsi la porta di legno che immancabilmente cigolò. Mio fratello era a letto, sprofondato nella lettura di uno dei miei libri su Springsteen. Quando fui entrato, abbassò il libro, mi lanciò uno sguardo al di sopra della copertina e mi disse soltanto: Grande. Poi riprese a leggere.

Un giorno, me lo ricordo come fosse oggi, me ne stavo sul divano dopo pranzo, e guardavo TMC2, che era una televisione musicale di allora. Di solito dopo il liceo tornavo a scuola, mi preparavo una pasta e guardavo la trasmissione Spaghetti Italiani, che mandava video di artisti italiani. Finita quella passavano video internazionali per tutto il pomeriggio. E quel giorno ero lì, sul divano, con la mia chitarra acustica amplificata coreana (marca Sae-Han, terrificante) e a un certo punto parte un video. Si sente una base di batteria quasi hip hop, riprese aeree su una città americana e poi nell’inquadratura compare il boss. Sventura, tregenda, dolore, tradimento. Iattura, maledizione, disgrazia. Il Boss, che fa un pezzo con una base di batteria così. Erano gli anni in cui cominciava ad affermarsi la prima scena r&b contemporanea, in cui le batterie sincopate campionate la facevano da padrone. All’epoca, per me, quello stile era il segno degli artisti che si svendevano al music business – non chiedetemi perché, ma era così. Quindi, quando ho sentito Streets of Philadelphia ci sono rimasto male. Molto male. Il Boss. Il campione della cassa sull’uno e sul tre e del rullo sul due e sul quattro. Un tempo hip hop. No. Cazzo. Merda. Vaffanculo. E adesso? Ci son voluti degli anni per capire che, giustamente, il talento di un artista rsiede anche nella sua capacità di cambiare, di allontanarsi dalla strada battuta fin lì. E comunque ogni dubbio ulteriore è svanito quest’estate quando sono stato a Philly e ho capito molte cose: la città è nera, dalle macchine e dalle finestre fuoriesce principalmente hip hop, quindi quell’arrangiamento, oltre a servire molto bene la canzone, ha anche un suo senso storico-sociale.

Nel 2002 ho firmato il mio primo contratto discografico. Non ci potevo credere. Avevo mandato i miei demo a David Lenci. E gli erano piaciuti. Mi aveva chiesto altro materiale e glielo aveva mandato. Poi mi aveva mandato una mail dicendo che secondo lui sarebbe stato il caso di registrare quella roba – che poi sarebbe diventata La superficie delle cose. Presi la mia Citroen Ax e mi precipitai verso Senigallia, al Red House, il suo studio di registrazione. Lì trovai quelli che una volta si chiamavano i One Dimensional Man, che stavano registrando. Arrivai giusto giusto per pranzo, ed ebbi la possibilità di assaggiare le cozze alla veneziana preparate da Pierpaolo – zafferano, vino bianco, prezzemolo e altri ingredienti segreti… Dopo pranzo io e David parlammo del mio lavoro – lui è una persona fantastica, oltre che un produttore di enorme talento. Ci trovammo in sintonia: io avevo le mie idee sul suono che avrebbe dovuto avere il disco, e corrispondevano alle sue. Detto così sembra la favoletta del Reader’s Digest, ma non è così scontato. Comunque, tornai a casa con il mio contratto discografico e, quando mi ripresi dall’euforia, decisi che avrei avuto bisogno di una chitarra nuova per registrare il mio primo disco. Feci un po’ di giri nei vari negozi di Milano finché approdai da GBL, dietro viale Monza. Lì trovai una Tele 52 reissue – la chitarra del mio eroe. La suonai per quasi due ore.

“Allora, la prendi?”

“Non saprei. Quanto costa?”

“Guarda, è una chitarra del 95. La riedizione della Tele del 52. Stessi legni, stessi circuiti. Costa 2500 euro.”

“Bella, molto bella. Non so, ci penso ancora un po’.”

Tornai a casa. A quell’epoca lavorava per una casa editrice e vivevo da solo in porta romana in un appartamentino di neanche 30 mq. E quei soldi li avevo. Mentre ero in metropolitana realizzai che avrei dovuto comprare quella chitarra. E mi venne l’angoscia, pensavo che avrebbero potuto venderla in quel preciso istante. Entrato a casa, presi le pagine gialle e trovai il numero del negozio.

“Salve, sono quello che ha provato la Tele. Me la può tenere fino a domattina?”

Ho 35 anni. Sono un rocker part-time – che vuol dire che faccio dischi e concerti quando mi pagano abbastanza per farlo o quando decido di avere qualcosa da dire e di avere voglia di dirlo (non è difficile ammettere che la seconda ipotesi si verifica molto più spesso della prima). Un mio amico dice che è necessario vivere nel presente, che bisogna accettare il passato come parte di ciò che ti ha condotto fino a cosa sei ora – nah, in realtà è il mio analista. E comunque lo so, sono circa vent’anni che provo questo esercizio. E allora stasera prenderò la mia copia di Darkness on the edge of town, metterò le cuffie per godermi ogni fruscio e pianterò gli occhi nel cielo nero che copra il mio palazzo. E quando, nella coda di Racing in the streets, l’organo e il rim faranno il loro ingresso, il mio cuore andrà in pezzi come la prima volta che ho sentito la canzone. E, senza pensare al passato, ringrazierò il sig. Springsteen, questo illustre sconosciuto, che tanta parte ha avuto nella mia vita. E gli farò gli auguri di buon compleanno.

Diario del tour: il meglio del meglio

In diario del tour on Giugno 20, 2009 at 00:45

Io sono un ossessivo compilatore di classifiche. In particolar modo quando sono in giro. Alla fine di ogni viaggio compilo compulsivamente classifiche riguardanti ogni aspetto della trasferta – si tratti di lavoro o di vacanza: miglior mezzo di trasporto, miglior colazione, miglior albergo, miglior pomeriggio, miglior giornata di pioggia, miglior momento di tristezza, e così via. Essendo io fatto in siffatta particolare maniera, per la prima volta deciderò di andare fino in fondo e di applicare le mie particolari ossessioni a questo diario pubblico, ed eccomi quindi a offrirvi una particolare classifica del meglio del meglio di questo tour appena passato. Ovviamente questo articolo verrà nominato per l’assegnazione del premio riguardante il “miglior articolo di fine tour nel quale dichiari le tue ossessioni compulsive”. Bene, ora siete avvisati – leggete a vostro rischio e pericolo.

 

Ecco le categorie:

miglior concerto

miglior locale

miglior pranzo

miglior cena

miglior sound check

miglior pernottamento

miglior dialogo

migliore storia origliata

miglior stronzo

 

ed ecco i premiati:

Miglior concerto: ROMA

Tappa finale del giro al sud. Stanchezza uguale sempre a zero filtri. Quella sera in particolare, eravamo una Gioiosa macchina da guerra [op. cit.].

Miglior locale: ex aequo CONTESTACCIO (Roma) e VALVERDE (FC)

Il Contestaccio tempo fa si chiamava Il locale, dov’è nata tutta la scena romana di dieci anni orsono – gazzé, senigaglia, tiromancino, fabi, ecc. Bel palco, impianto ottimo, fonico di livello, tre live per sera, cucina interna di gran soddisfazione: insomma, tutto ciò che fa contento un musicista.

Il Valverde di Forlì sembra un locale d’altri tempi: sopra, bar con ampio déhors, interno con biliardo; sotto, stanzone attrezzato per il live, con un buon palco, un impianto medio ma ottimamente gestito dal fonico Alberto. Un locale che offre l’essenziale – vale a dire tutto il necessario per esprimersi al meglio.

Miglior pranzo: panino casareccio sulla Benevento-Caianiello.

Un baracchino sulla statale, con tanto di ombrellone e 4 sedie di plastica nella campagna beneventana lungo la statale. Il proprietario quando non è impegnato con i clienti siede al posto di guida del furgonato e legge. Offre porchetta con condimenti vari e wurstel (ahimè). La porchetta era eccezionale, anche se non corrispondeva per niente alla sua descrizione: “soddisfa ma non appesantisce”.

Miglior cena: Novara

Dopo il live di beneficienza (per la cronaca, stiamo ancora attendendo che Le piccole iene, il locale che ha ospitato la manifestazione, comunichi a noi musicisti e a voi che siete intervenuti quanti soldi sono stati raccolti e come saranno impiegati), insieme ai colleghi Guignol scopriamo una trattoria ottima proprio dietro il locale. Il nome non lo ricordo, purtroppo, il conto sì, però (principalmente a causa degli ammazzacaffè di lusso che ci siamo concessi). La cucina è di grande qualità, con ingredienti di livello e accostamenti fantasiosi ma non azzardati. Servizio cordiale ma non invadente.

Miglior sound check: Benevento

Dopo una tirata di 8 ore da Forlì a Benevento, arriviamo al Morgana e troviamo Bonfo che ci ha raggiunto in treno. Felicità. Il sound check viene impiegato per provare cose nuove ed è anticipato e seguito da un paio di birrette sulle poltroncine di vimini fuori dal locale.

Miglior pernottamento: Caserta

Casa privata all’interno di un palazzone anni 60. L’appartamento è all’ultimo piano e dispone di un’intera parete finestrata che dà su una terrazza enorme. Gli interni sono arredati con tendaggi leggeri dai toni caldi; ampio salone che dà sulla terrazza, cucina attrezzata. In più, l’ospitalità e la cordialità degli organizzatori del concerto (donotdisturb promotion).

 

Miglior dialogo: tra Faz, Leslie e il paninaro di Benevento

Lo rirporto così com’è avvenuto, non necessita di commenti.

Paninaro a Leslie: cosa ci vuoi nel panino?

Leslie: Wurstel e patate.

Paninaro a Faz: così siete di Milano

Faz: sì

Paninaro: la città del panettone

Leslie: …e della senape

Paninaro: della senape? Io sapevo del panettone…

Leslie: no, no, nel panino, dicevo, anche della senape…

 

Migliore storia origliata: sul treno di ritorno da Caserta

In breve, una napoletana vedova di un nordista leghista che si innamora di Napoli e chiede di essere sepolto lì dopo esservicisi trasferito per lavoro ma lei lo fa seppellire al nord. La storia completa qui.

 

Miglior stronzo: io, probabilmente. Al secondo posto, avventore imbecille del Morgana di Benevento.

Avventore: di dove siete?

Io: Milano

Lui: meno male che non siete di Firenze, al mio amico i fiorentini stanno sul cazzo.

Diario del tour #10: Varese, Vercelli

In Uncategorized on Giugno 19, 2009 at 23:58

La data di Sur le sofà è attesa da me con particolare interesse: sono curioso di vedere come funziona questa rassegna casalinga organizzata dall’amico Paolo Zangara.

Arriviamo per il sound check sul tardi e, dopo aver sistemato ogni cosa, aperitivo in paese (non saprei dirvi in che paese ci troviamo, per me tutta la zona compresa tra piazzale loreto e la svizzera è assolutamente ignota, tipo hic sunt leones).

Cena tutti insieme e poi si aspetta l’ora fissata per l’inizio del concerto. Sebbene in questa data assommiamo tutte le sfighe che possono capitare su un palco (amplificatori che smettono di funzionare, corde che saltano, cavi che si contorcono ecc. ecc.) il concerto è potente. L’audience rappresenta probabilmente il miglior pubblico dell’intero tour.

Esattamente una settimana dopo siamo diretti a Vercelli, per l’ultima tappa di questa prima parte del tour. Quando partiamo da Milano il cielo sull’autostrada è carico di nuvole violacee che si riflettono sull’orizzonte immobile e imperscrutabile che incornicia l’asfalto.

Il locale – officine sonore – è nel cuore di un’area industriale in disuso, stretto tra ex opifici di inizio secolo in abbandono. C’è aria di festa – per il momento la felicità per tutto quello che si è fatto negli ultimi mesi è più forte della nostalgia che accompagna ogni cosa verso la sua fine.

La cena, seppur fredda, è ottima, a base di prodotti locali: salumi, formaggi e un barbera di gran livello. Un attimo prima di salire sul palco ci abbracciamo, come sempre, per l’ultima volta in questa prima parte di tour.