fabriziocoppola

Archivio per Aprile 2009

Diario del tour #4: Enosteria, Brescia

In diario del tour on Aprile 27, 2009 at 20:40

All’Enosteria si suona molto presto perché – nonostante i concerti siano sempre in acustico – spesso i vicini si lamentano del “rumore”. Così quando salgo sul palco mancano una ventina di minuti alle 10. Quando scendo sono le 11 e un quarto ma questo non basta a scongiurare l’intervento dei carabinieri. Arrivano perché chiamati dall’anziana signora che abita sopra il locale. I due in divisa praticamente si scusano della loro presenza – sono da poco passate le 11 e il volume della musica è decisamente ridotto – tant’è che non chiedono neanche di vedere i documenti e i permessi. 

Espletati i doveri di cronaca senza nessuna voglia di riflettere ancora su questioni di questo tipo, vado ad elencarvi i lati positivi della trasferta bresciana. Il posto è molto carino, gestito per la programmazione artistica da Andrea e per la parte cucina e locale da Francesco. Si mangia bene, il locale è arredato con gusto e il palco è molto caldo, con un bel pianoforte, un impianto luci minimo ma più che sufficiente e una bella pedana di assi di legno – che percuoterò a tempo durante un paio di brani dopo averne scoperto le proprietà armoniche durante il sound check.

Il concerto scivola via bene anche se i bis che avevo in mente sono stati cancellati per cause di forza maggiore. Sulla strada del ritorno stop in autogrill dove non so resistere alla tentazione di mangiare una tristissima sfogliatella (uno dei leit-motif di questo tour) in un autogrill poco prima di Bergamo. Ma me lo merito, oh se me lo merito. Chi va per questi mari…

Diario del tour #3: Neverland sul ghiaccio, Castello di Solza (BG)

In diario del tour on Aprile 22, 2009 at 00:50

L’Italia è un paese meraviglioso. Per taluni versi lo è. Decisamente. Quali sarebbero questi versi? Andiamo con ordine.

La data a Neverland d’Inverno me l’ha fissata Alessandro Giovanniello (noto ai più come Alez), l’uomo che regge i fili del Rock Island, del Neverland dello scorso anno e che mi ha organizzato dalla prima all’ultima data del tour Aspetto la bellezza, quello in solo acustico di due anni fa. Nonostante il fatto che lui sia originario della provincia di Avellino e io di Salerno città (in Campania si ammazzano per questo, dentro e fuori dagli stadi), ci vogliamo bene. E già questo mi sembra bello. Lui non perde occasione per ricordarmi che tra i Lupi hanno militato giocatori del calibro di Dirceu e di Juary, io gli rispondo che tra i gloriosi granata ha chiuso la carriera Agostino Di Bartolomei, bandiera della Graaaaande Roma di Liedholm, Falcao e Pruzzo.

 

 

Io (travestito da Elvis Costello) & ALez

Io (travestito da Elvis Costello) & ALez

 

 Digressione: Agostino Di Bartolomei morì suicida. Si sparò al cuore a dieci anni esatti dalla finale di Coppa Campioni persa ai rigori dalla Roma contro il Liverpool. Tempo dopo fu ritrovato un suo biglietto strappato sul quale c’era scritto: “Mi sento chiuso in un buco”. La canzone La leva calcistica del 68 di De Gregori è dedicata a lui. Fine digressione.

 Il cielo ci mostra le differenti gradazioni del grigio mentre sulla A4 ci dirigiamo verso Capriate. Oltre le nuvole, le Prealpi imbiancate galleggiano in una luce d’inizio secolo. Arriviamo e scarichiamo, ma visto che per diversi motivi né io né Bonfo (tour manager, label manager, rotture di coglioni manager – quello che, insomma, risolve i problemi, o almeno ci prova) abbiamo mangiato, ci dirigiamo insieme a Leslie (bassista, in precedenza fonico live) al bar che sorge nella piazzetta poco lontana dalla rocca dei Colleoni. Poltrone verde acido, 7 (sette) megaschermi alle pareti che inviano 7 (sette) canali diversi sparati a un volume indescrivibile. Chiediamo dei toast e delle cochecole (toast asciuttissimi, una fetta di prosciutto e formaggio di quart’ordine, voto 3,5; cochecole annacquate, voto 4,5; servizio cordiale ma lacunoso, voto 5 meno meno).

Nel bel mezzo del sound check arriva il sindaco per salutarmi. Fico, penso, devo dirlo a mia madre. Mi ha visto al Neverland e le è piaciuto il concerto, così è passata per fare un saluto. Non so se darle del tu o del lei; poi decido di restare sul lei, più istituzionale. Poco dopo scopro che il fonico è il vice-sindaco, e questo imprime una svolta formale al sound-check, che portiamo a termine con soddisfazione di tutti – vice-sindaco compreso.

 

 

Io & il vice-sindaco

Io & il vice-sindaco

 

Nel dopocena intervista con Roberto Bonfanti – l’intervista si tramuta in una specie di cabaret e invano tenterò a fine serata di convincerlo a – come dire – tralasciare, passare sopra, dimenticare, cancellare alcune mie dichiarazioni balzane. Non c’è verso, è intenzionato a fare il suo dovere di cronista fino in fondo – meno male che non scrive per il Corriere della Sera.

Manca ancora un’ora all’inizio del concerto. Mi chiudo in camerino con la mia acustica in re aperto e suono tutti i blues che conosco. Due ore e mezzo dopo sono tra il pubblico con la stessa chitarra a suonare una versione totalmente unplugged di La mia rovina (brano che finirà sul nuovo disco) prima del gran finale con il resto della band.

Seconda digressione: ho iniziato a scrivere sparandomi in cuffia la radio di lastfm settata su “artisti simili a The Ark” – gruppo che amo particolarmente – così in questo momento ascolto musica dance cantata in svedese. Cambio, passo a un più classico “artisti simili a BRMC”. Meglio, sì, meglio. Fine digressione.

Il concerto è finito. Mi cambio velocemente e mi faccio portare una bella birretta – me la merito, così è stabilito.

Dopo una mezz’oretta di chiacchiere assortite – e diversi cd autografati sui quali scrivo Colza invece di Solza in uno slancio di ecologismo – arriva il clou della serata.

Il clou della serata è, più o meno in ordine, questo:

Il Kalashnikov: oltre a essere il fucile mitragliatore più amato dai guerriglieri che svolgono la propria attività a latitudini tropicali, è anche un intruglio inventato dal barista del castello. Si tratta di vodka impreziosita da un accento di assenzio. Dopo che l’hai bevuto devi azzannare una fetta d’arancia coperta di zucchero di canna. E correre a leggere Baudelaire.

Una lunghissima disquisizione portata avanti da un dj locale, famoso per organizzare rave parties nel circondario, sul seguente quesito: esteticamente, è più apprezzabile un membro maschile eretto o un clitoride?

Altri Kalashnikov.

Il dj esprime la sua preferenza estetica a favore del membro maschile e mima in malo modo la parte femminile.

 

 

La preferenza del dj / lei non è la sua compagna

La preferenza del dj / lei non è la sua compagna

 

Sconforto tra i presenti – il vice-sindaco, fino a quel momento sobrio e posato, va su tutte le furie.

Ancora Kalashnikov.

L’intervento nella discussione della compagna del suddetto dj locale. Rifiuta la descrizione antecedentemente fatta dal suo compagno – che forse mentre scrivo è diventato il suo ex-compagno – e propone una descrizione del di lui organo. La descrizione non appare particolarmente ossequiosa.

Sconforto del dj.

Kalashnikov.

Il barista attacca a parlarmi in portoghese. Io gli rispondo in spagnolo. Lui si incazza, dice che il portoghese non è lo spagnolo, sono due lingue diverse. Io gli rispondo che lo so, ma il portoghese non lo conosco.

 

buonanotte

buonanotte

 

Dopo un crescente delirio di nonsense à la Monty Python, ci ritroviamo in autostrada. Bonfo, saldamante alla guida, ci riporta a casa.

 

Qui una recensione del concerto

 

Due parole sul nuovo singolo

In Uncategorized on Aprile 18, 2009 at 12:01

1. Di cosa parliamo quando parliamo di Stupidità

Ho scritto “La stupidità” di getto, una domenica pomeriggio poco prima di Natale. Nel giro di mezz’ora era tutta lì, con il testo e la musica come potete sentirli. Era già da un po’ che volevo scrivere un brano del genere, una specie di blues urbano contemporaneo ma non trovavo le parole giuste.
Poi le parole sono arrivate, tutte insieme, come accade solo raramente. E sono il frutto dell’amarezza, del dolore e della rabbia per quello che sta succedendo nel nostro paese da un anno a questa parte.
Due episodi su tutti mi hanno particolarmente colpito: l’omicidio di Abba e il pestaggio di Emmanuel Bonsu. Il primo ad opera di due privati cittadini, il secondo perpetrato da agenti della Polizia Municipale di Parma. E, oltre a questi episodi specifici, il generale clima di intolleranza, di paura e di razzismo generato da una larga parte dei media.
Quando ho deciso di girare un videoclip del brano non avevo in mente di dedicarlo alla memoria di Abba. L’idea mi è venuta parlando dello script con Angelo Camba, il regista. Il video non è ispirato alla vicenda di Abba, anche se racconta una storia simile. Grazie a un amico giornalista del Corriere della Sera mi sono messo in contatto con la famiglia di Abba e ho ottenuto il loro consenso all’operazione, senza il quale non se ne sarebbe fatto nulla.

2. Quello che andava fatto

Il mio corpo dondola insieme al vagone mentre il treno si dirige verso Cimiano. Cimiano è dove la linea due viene fuori dal sottosuolo in un panorama spettrale di palazzi grigi anni settanta.
Venti minuti fa ero a casa mia. Bevevo un bicchiere di vino con il mio regista e discutevamo dello script. Ora sono qui in metropolitana, con il mio Mac che ha dentro i suoi gangli il brano, e Adiaratou, la sorella di Abba, che mi aspetta alla fermata di Cernusco sul Naviglio. 
Il vagone puzza e scricchiola. Appoggio la nuca al finestrino, chiudo gli occhi e vorrei cancellare tutto questo in un solo istante. Sono in ritardo. Adiaratou mi chiama. Rispondo. Mi scuso. Dico che sto arrivando.
Poco dopo, sono in un centro sociale a Cernusco sul naviglio. Non c’ero mai stato prima da queste parti.
Sono nel mezzo della riunione del comitato per Abba. Questi ragazzi sono belli. Sono gli amici di Abba, che abitava proprio qui a Cernusco. Si riuniscono una volta a settimana.
Mi presento. Faccio una battuta per rompere la tensione. Spiego velocemente il pezzo – per quanto si possa farlo a parole – poi dico che la cosa migliore è ascoltarlo.
Partono la cassa e gli hand-claps. Osservo i piedi dei ragazzi mentre tengono il tempo. Il pezzo non è ancora finito che un ragazzino di fronte a me, con negli occhi una dolcezza che non è di questo mondo, mi dice: “Sarò felice di ascoltare ancora questa canzone”.
Ok, la mia cosa è finita. Oppure è solo iniziata.

In un momento di silenzio della discussione mi alzo, prendo la mia giacca di pelle dalla sedia dove l’avevo lasciata entrando, e saluto i ragazzi.
Mi avvicino alla madre di Abba per stringerle la mano, sperando che questo gesto riesca a far trapelare tutte le cose che non sono in grado di dirle. “Grazie signora” – le dico. Lei mi guarda soltanto, senza dire nulla, ma il suo sguardo vale più di qualsiasi parola.
È un attimo e sono in strada. Cernusco è deserta. Torno a piedi alla metropolitana.
Mentre aspetto il treno, fumo una sigaretta. Il fumo si alza verso il cielo. Guardo le volute leggere che si muovono verso l’alto. Arriva il treno. Salgo a bordo con l’unico pensiero di mangiare qualcosa appena arrivo a casa – oggi ho saltato sia pranzo che cena.
Il mattino dopo trovo una telefonata di Adiaratou sul cellulare. La chiamo subito. Mi spiega che mi aveva chiamato la sera prima, dopo il nostro incontro. Era dispiaciuta di non avermi riaccompagnato a Milano in macchina. Voleva sapere se il viaggio di ritorno in metropolitana era andato bene.

Qualche giorno dopo io e Angelo siamo andati in via Zuretti per fare delle riprese sul luogo dove si sono svolti i fatti. I muri sono pieni di scritte per Abba. Un modo per ricordare quello che è successo. Ogni tanto vengono cancellate, e puntualmente vengono rifatte. Va avanti così da un po’.
Eravamo lì con una piccola camera a mano; dopo un po’ si è avvicinato un tale per chiedermi cosa stavamo facendo. Un tipo robusto, sulla cinquantina. Gli ho spiegato brevemente senza scendere nei dettagli. Lui mi ha risposto che sì certo, il ragazzo è morto, ma comunque non va bene imbrattare i muri delle case, che sono proprietà privata.

3. Il futuro non è scritto

Una partitella di calcio tra bambini in un parco milanese. Mi fermo a guardare il gioco, è più forte di me. Come nelle illustrazioni di Sempé per Le Petit Nicolas di Goscinny, la partita si risolve in interminabili mischie a centrocampo, con gambe, braccia e piedi che mulinano in tutte le direzioni.
Poco lontano da me ci sono una bambina bionda e suo padre.

“Papà, sai che quello è un mio compagno di classe?”
“Quale?”, chiede il padre.
“Quello con la maglietta rossa”, risponde la bambina, indicando l’unico ragazzino di colore della partita.
Quello con la maglietta rossa.

Diario del tour #2: verona, verderio

In diario del tour, live on Aprile 16, 2009 at 15:44

Due giorni prima del concerto a Verona mi informano che a causa di una non meglio precisata ordinanza del sindaco che non si sa bene se sia già in vigore o meno l’unico modo di fare la data in solo acustico al majakowskij è di farla in unplugged vero – niente impianto, né cavi, microfoni o elettricità. Solo io, la chitarra o il piano e la mia voce. Interessante, penso. Per me può anche andare bene, l’importante è che il pubblico sappia che il concerto si farà così – dico, e mi rassicurano che sarà così. Non voglio rinunciare alla data di Verona, che resta per ora l’unica tappa veneta del tour, dal momento che il concerto inizialmente previsto a Treviso è stato annullato. Un’ora e quaranta per fare milano-verona e 40 minuti per attraversare la città, bloccata totalmente, probabilmente a causa del Vinitaly. Arriviamo al locale all’orario stabilito, in tempo per fare il non-sound check, per prendere un minimo di confidenza con l’acustica del posto – davvero ottima, grazie a un soffitto a volte in mattoni – e con il bel pianoforte Kawai. Dopo una mezz’oretta a giochicchiare con le chitarre e il piano decido che il non-sound check può dirsi concluso. Dopo poco siamo in una piccola trattoria poco lontano dal locale. Il posto è piccolino e affollato ma troviamo un tavolo da due ancora libero. Decidiamo di provare il risotto con i bruscandoli – le cime del luppolo selvatico –, e facciamo bene. Il vino della casa non è niente male, il servizio curato e amichevole senza risultare invadente. Per fare il verso a Gianni Mura, assegno un bel 7,5 alla trattoria. Rinfrancati nel corpo e nello spirito ci dirigiamo nuovamente al Majakowskij. Il locale è pieno. Il pubblico è incredibilmente silenzioso e attento (bravissimi, voto 8). Io ci prendo gusto e comincio a spostarmi per la sala, avvicinandomi agli spettatori più lontani dal palco. Quando mi sposto al pianoforte per L’altalena chiudo gli occhi e mi sembra di essere a casa. Bello.

Il giorno dopo tappa al Pintupi, uno dei miei circoli Arci preferiti dell’intero stivale – se non ci siete mai andati passateci una volta o l’altra, merita davvero. I ragazzi hanno anche migliorato la sala, con un palco tutto nuovo e altre cosucce molto carine. Il momento più bello di ogni concerto al Pintupi è sempre la cena, quando si mangia tutti insieme con i ragazzi del circolo che a turno preparano il companatico. Questa volta abbiamo pasta fredda con ricotta e pomodorini, una serie pressoché infinita di torte salate e altro che non ricordo. Nella sala sono esposte le opere di Maurizio Campesi – diverse illustrazioni e alcune poesie –, un giovane artista che conosco prima del concerto. Da sabato prossimo (18/4) la mostra si sposta alla biblioteca di Sulbiate (per più info lo trovate su facebook). Il concerto inizia attorno alle 23, e l’atmosfera è fin da subito ottima: alcune coraggiose ballano (ballano?!), molti altri cantano e io sono così preso a guardarli che mi impappino un paio di volte, sbagliando qualche accordo e qualche verso. Bene così. Prossimo appuntamento al neverland sul ghiaccio.