fabriziocoppola

Archivio per Maggio 2009

Diario del tour #9: Milano, Parma, Cantù

In diario del tour on Maggio 27, 2009 at 22:19

Su Milano niente da dichiarare: niente viaggio, niente particolarità enogastronomiche, niente di interessante insomma – e poi, quando arrivi al concerto partendo da casa tua non è mica la stessa cosa. In fondo, mi rompo abbastanza i cosiddetti a suonare a Milano, per questo, questo e quest’aaaltro motiiiivo.

Su Parma poco di più – per esempio l’intervista a Radio Parma con il simpatico dj di cui ahimé non ricordo il nome. Un’altra cosetta croccante riguardo Parma è questa: il locale, piccolino ma molto curato, ha dovuto anticipare l’orario dei concerti – acustici – a causa delle proteste di un abitante del vicinato. Suddetto abitante lo vediamo passare fuori dal locale poco prima del concerto, e il gestore – un ragazzo di Salerno (!) – me lo indica: grande è il mio stupore quando mi indica un uomo sui trentacinque con tanto di rasta che pedala tranquillamente per la strada. È proprio un grande paese l’Italia.

Altra cosetta fuzzy: passo una mezzoretta a parlare con un ragazzo che mi racconta quasi interamente la sua vita, con particolare attenzione su un colloquio di lavoro che aveva bucato nel pomeriggio con l’azienda che gestisce la raccolta rifiuti nel parmigiano.

“Cioè, se mi fossi fatto una cannetta di meno forse il posto l’avrei anche avuto. Non che mi interessasse, però per il momento poteva andare. E invece no. Non mi hanno preso. E ora non so cosa fare”.

Una cosa così per tipo mezz’ora, e in tutto questo era ovviamente abbastanza fatto di cannette.

Passiamo a Cantù, all’Aguaplano.

Il locale non è niente male, non ci avevo mai suonato. Bel palco, impianto nella norma, pianoforte a muro. I due gestori sono sinceri appassionati di musica, quindi stabiliamo subito il feeling giusto. La serata scorre piuttosto liscia – sound-check, cena gustosa (polpettone casalingo con insalata e patate, mi sembra di ricordare) e pre-concerto al biliardo. Il biliardo dell’Aguaplano ha le sponde magiche: non c’è modo di calcolare una sponda, le palle ci rimbalzano e continuano la loro traiettoria in direzioni imprevedibili.

Una lunghissima sfida Bonfo Leslie occupa quasi tutto il pre concerto, nella costernazione degli altri avventori che attendono il loro turno al biliardo.

Il locale si riempie sul tardi e il pubblico non è dei migliori. Noi facciamo la nostra cosa, e la facciamo bene – è per quello che siamo qui.

Dopo il concerto, una buona mezz’ora con l’amico Claudio Sala, che ha suonato con me per tutto il tour di La superficie delle cose – e, piccolo inciso, probabilmente il miglior chitarrista che conosco per gusto, cultura e consapevolezza. Dopo un po’ risaltiamo in macchina e torniamo tutti alle nostre magioni.

Il grosso del tour è ormai finito. Mancano solo due date, a Varese e a Vercelli. Non ho ancora finito che ho già voglia di ricominciare.

Diario del tour #8: Roma

In diario del tour on Maggio 22, 2009 at 20:44

Dopo una lunga nottata beneventana di birrette e panini, il mattino è libero: abbiamo appuntamento al furgone per le 13.00.

Io mi sveglio alle 11 dopo un sonno mediamente ristoratore, mi infilo i primi vestiti che trovo e mi dirigo al bar più vicino. Con me c’è Leslie, ma me ne accorgerò non meno di mezz’ora dopo.

Il piazzale prospiciente al campanile è occupato da una manifestazione della polizia. C’è una fanfara registrata (con tanto di applausi finti), una sfilza di agenti che si riparano nell’unico angolo di ombra della piazza – e mi sembra subito di essere catapultato nel messico rivoluzionario di Zapata, con i soldati controrivoluzionari che si riparano dal solleone sotto gli spalti del forte – e una Lamborghini in forze alla Polizia di stato. Sì, avete capito bene. Una Lamborghini.

Ordiniamo un caffè americano, un bicchiere d’acqua naturale e un espresso. Ci portano le ordinazioni e il cameriere mi sussurra all’orecchio, con fare circospetto: 8,90 euro. Gli rispondo di portarmi lo scontrino, prima di tutto, e poi il menù, in modo da poter verificare il prezzo delle consumazioni al tavolo. Lui torna dopo un po’, con lo scontrino – il numero 1 della giornata, alle ore 11:48 nel caffè centrale del centro storico di benevento… – ma mi dice che il menù non c’è, che lui non ha responsabilità in quanto garzone, eccetera eccetera. Va bene, gli dico, va bene – e con questo intendevo significare: fanculo, poi ci lamentiamo che il paese è allo sfacelo.

Ci godiamo le nostre consumazioni, con un occhio ai quotidiani e un altro alla Lamborghini, peraltro immobile. Dopo una mezz’oretta, come fantasmi fanno la loro comparsa Bonfo e Faz. Mentre si accomodano, io mi ritiro nei nostri appartamenti per una doccia. Dopo circa un’ora siamo nuovamente sul furgone, destinazione Roma.

Riprendiamo la perigliosa Benevento-Caianiello, stavolta in direzione [ostinata e] contraria, e dopo pochi chilometri siamo presi dai morsi della fame. Ma la fortuna del viandante è con noi: dopo neanche 15 chilometri, preannunciato da un tripudio di bandiere del Napoli, si materializza ai nostri occhi un super baracchino, piazzato tatticamente oltre il guard-rail nei pressi di una piazzuola di sosta. Subito ci appare chiaro che si tratta indubbiamente del nostro posto. Accostiamo – è Leslie alla guida, che ci condurrà fino al Contestaccio –, scendiamo dal mezzo e restiamo attoniti come bambini di fronte alla vetrina di un negozio di caramelle a rimirare la colesterosa vetrinetta del paninaro. Sul bancone fa splendida mostra di sé una porchetta gigante. Ora, io non amo la porchetta, tuttavia non sono un uomo che si tira indietro di fronte al pericolo. Vieppiù, il mio occhio casca bellamente su un vassoietto di zucchine alla scapece, così che prima ancora di riuscire a formulare una frase completa nel cervello mi sento pronunciare queste parole: “Per me porchetta e zucchine”.

“Azz…”, mi riponde il buon uomo… “Ma voi non siete del nord,” mi dice. Aveva intuito il mio accento ahimè nordico, ma la mia scelta delle zucchine alla scapece gli aveva fatto riconoscere in me un uomo del sud. È un attimo, che dura un’infinità di tempo: mi immagino di prenderlo sottobraccio e di ballare con lui una tarantella mentre alle nostre spalle scorrono inarrestabili sfilze di tir rumorosi e fracassoni, sogno di abbracciarlo in un’immaginetta con tanto di sfondo del vesuvio e di pino marittimo di Posillipo, e ancora, sogno di fare l’assist partita a Careca contro il Milan di Sacchi…

Un paio di minuti dopo riprendo conoscenza. Sono seduto a un tavolino riparato da un ombrellone nella campagna accanto al baracchino. Bonfo ha fatto la mia stessa scelta – bravo. Leslie ha optato per wurstel e non so che altro (non commento) e Faz ha preso sì la porchetta ma affogandola nella maionese (e anche qui mi astengo dal commentare).

“Vedrete, questo è un panino che sazia ma non appesantisce…” Così ci aveva detto il buon uomo. Fatto sta che, a pochi chilometri da Roma, cominciamo a vedere tutti i Santi assortiti aggrappati alle indicazioni autostradali. Stabiliamo così unanimemente che è ora di fare una pausa caffè. Sembra che la tratta Benevento Roma, che avrebbe dovuto essere la più facile, stia diventando la più perigliosa.

Dopo la pausa all’autogrill, giungiamo all’ostello del foro italico, la nostra fantasmagorica sistemazione per la notte. Ma ormai siamo in città, così il morale è alto e arriviamo al Contestaccio in anticipo; decidiamo quindi di fare una passeggiata nel quartiere. Dopo un paio di tentativi a vuoto, imbocchiamo una strada che ci conduce in un luogo non dico animato, ma perlomeno impreziosito dalla presenza di alcune persone. Siamo in Piazza Ostiense. Ci beviamo una birretta fresca in tutta tranquillità e dopo ci dirigiamo al locale per il sound-check. Il posto è molto bello, ottimo impianto e fonico di livello. Sul palco si sente molto bene, il check è veloce. Mentre attendiamo la cena mi addormento su una sedia in giardino – capita anche questo quando ci si ostina a voler fare il rock’n’roll ben oltre i 23 anni.

Il Contestaccio ha la cucina interna: scegliamo la pasta alla gricia, un must capitolino, accompagnata da un paio di bottiglie di falangina. La pasta è ottima: avevamo chiesto le mezze maniche ma ci portano gli spaghetti. Il cuoco in persona – personaggio mitologico sulla sessantina che in tre minuti ci fa tutta la storia della gricia – viene al tavolo per dirci che no, non ci vanno le mezze maniche ma gli spaghetti. Non sono convintissimo, ma la pasta è talmente buona che va benissimo così (amici romani, illuminateci sulla questione, grazie).

Poco dopo la mezzanotte si sale sul palco, per quello che sarà il miglior concerto di tutto il tour – almeno finora. Quando chiudiamo il set sono quasi le due e dopo aver cazzeggiato un po’ per il locale ci dirigiamo al foro italico per la notte.

Diario del tour #7: Benevento

In diario del tour on Maggio 19, 2009 at 22:37

Su consiglio di Alessandro seguiamo la statale E45 Ravenna Roma. In alternativa avremmo potuto proseguire sull’adriatica e scavallare dopo Pescara. Mi convincono che la statale è meglio. Ok, vada per la statale. Effettivamente avevano ragione: io faccio tutto il primo turno di guida fino al raccordo con la A1. Il panorama è favoloso: la statale si snoda tra valli verdissime e improvvise radure. C’è pochissimo traffico e la nostra marcia viene interrotta solo da alcuni lavori. A un certo punto sembra di stare in Norvegia: un lago appenninico incastrato tra versanti verdissimi e sovrastato da un cielo di un azzurro sconfinato. Facciamo delle foto, da bravi turisti, e proseguiamo (e comunque in Norvegia non ci sono mai stato).

Poi, quando il raccordo con la A1 sembra ormai a un passo, ci ritroviamo in un buco spaziotemporale che fa sì che suddetto raccordo (a Orte, per la precisione), sembri non arrivare mai. Ma dopo arriva, oh se arriva.

Cambio guida e si procede: si tratta di altri 300 km. Io passo sul sedile posteriore per il meritato riposo – ma non riesco a dormire più di un quarto d’ora, nonostante ci lavori con la necessaria convinzione. In tutti i modi, alla fine si arriva – dopo altre due pause caffè all’autogrill e dopo essere sopravvissuti alla statale Caianello Benevento: suddetta statale – una corsia per senso di marcia senza divisorio – è interpretata dai locali come una specie di circuito sul quale mettere alla prova le loro doti di guidatori sportivi. In un’ora di percorrenza si è visto di tutto: sorpassi in presenza di striscia continua; sorpassi in presenza di striscia continua con curva cieca all’orizzonte; sorpassi con doppia striscia continua con o senza curva cieca; doppi e tripli sorpassi con doppia striscia continua, curva cieca e dosso (il doppio sorpasso è così: c’è un camion che trasporta cocomeri che avanza lento: dietro di esso due vetture: quando la prima sorpassa il camion la seconda si accoda e la supera mentre la prima effettua il sorpasso. Il triplo si differenzia solo per la presenza di una terza vettura che sorpassa la seconda mentre quest’ultima sta a sua volta superando la prima intenta a sorpassare un mezzo lento).

Com’è come non è, puntualissimi alle 18.15 parcheggiamo il furgone di fronte al Morgana. Salutiamo Ernesto, Rosa e Vittorio, sempre calorosi e iper disponibili. Bonfo è arrivato con il treno direttamente da Milano e ci ha preceduto di pochi minuti. Scarichiamo in fretta e prima del sound check ci godiamo tutti insieme una birretta fresca sulle poltroncine di vimini all’esterno del locale. Relativamente ritemprati ci dirigiamo al sound check. Prima però vado a far scorta di plettri nel piccolo negozio di strumenti nella via che porta al Conservatorio. C’è una piccola piazza che risplende nella luce azzurra del tardo pomeriggio. Da una finestra al terzo piano gocciolano le note di un pianoforte, un cane dorme sul porfido agli ultimi raggi di sole.

Sound check veloce e divertente: il bello di quando si sta in giro è che dopo un po’ di date il sound check viene usato per provare cose nuove, così per rompere la monotonia. Sound check finito, un’altra birretta fresca prima di un’oretta di meritato riposo nella graziosa sistemazione messaci a disposizione.

Uscendo dal locale riesco quasi a litigare con due persone differenti.

Uno.

Mentre usciamo un tipo mi fa: Siete voi che suonate questa sera?

Sì, siamo noi.

Di dove siete?

Milano.

Ah bene, perché al mio amico stanno sul cazzo quelli di Firenze.

Mentre cerco una maniera adeguata di rispondere a questo imbecille, che mi fa venir voglia di esser nato a Firenze, Leslie mi ha già spinto cinque metri più avanti.

Ma non è finita. C’è un tipo con un Suv largo tre metri che non riesce a fare la curva dov’è parcheggiato il nostro furgone.

È vostro il furgone, chiede.

Sì. [Il furgone, per la cronaca, è parcheggiato bene e non sporge dalla striscia bianca che delimita il parcheggio.]

Bè, è troppo grosso, non ci passo.

Gli rispondo: resta da vedere se è il nostro furgone a essere troppo grosso o è la tua macchina…

Bè, ma io sono residente, risponde il simpaticone.

Io gli faccio notare che non siamo parcheggiati in un posto per residenti ma nel frattempo arriva qualcuno che sposta un’altra macchina e il suvvizzato può procedere.

Dopo riposo e doccia, cena in un ristorante poco lontano – linguine alla carrettiera (una aglio, olio e peperoncino con aggiunta di pomodoro fresco – qualcuno dei miei, e non faccio il nome per pietà – vorrebbe mettere il formaggio. Lo fulmino con lo sguardo e l’argomento è chiuso), vino rosso locale, caffè.
Quando arriviamo al locale lo troviamo bello stipato e così resterà per le due ore successive. Bel concerto energico, pubblico attento e partecipe, bella serata.
Dopo qualche birretta e un paio di panini, verso le cinque guadagnamo finalmente il meritato riposo. Domani tappa facile, fino a Roma, con partenza nel pomeriggio, quindi si può dormire.

Diario del tour #6: Forlì

In diario del tour on Maggio 19, 2009 at 22:30

(Dialogo tra F e P[L] avvenuto in un punto imprecisato dello stivale venerdì addì 9 maggio 2009):

Leslie, quanto cazzo manca?

Eh, tipo 300 km…

300 Km? Oh Santa Madonna dell’Annunciazione

Ma facciamo un passo indietro…

La tre giorni appena conclusa ha portato tutti i partecipanti alla spedizione (io, cantautore milanese di origini salernitane meglio noto come fabriziocoppola; paoloperego, alias leslie, bassista lecco-pugliese; fabiodeotto, batterista, provenienza nordmilano; fabiobonfante, alias bonfo, provenienza tuttoilfottutomondoconosciuto), dicevo, ha portato tutti i partecipanti a un soffio dalla verità assoluta: la verità assoluta è questa – no, ve la dico dopo.

Ma facciamo un altro passo indietro.

È mercoledì. Sono a casa di Paolo, chitarrista dei Lo.mo e molte altre cose. L’uomo – l’animatore di Sur le sofà, gli house concert meno chic e più sostanziali del nord italia – mette a disposizione il suo pluridecorato furgone (ha scorrazzato un sacco di band per mezza europa e inoltre sul portellone posteriore reca un bell’adesivo fender) per il nostro tour downsouth. Lo fa perché lui è fatto così: sa cosa è giusto, e si dedica a cosa è giusto.

Il furgone è un Ducato Turbo Diesel 6 posti che svolge il suo lavoro alla perfezione: è comodo, spazioso, talvolta anche silenzioso. Tutte queste qualità fanno sì che già pochi minuti dopo la partenza dalla base di Casamedusa tra noi e il mezzo si sviluppi un rapporto di dipendenza sentimentale e di affetto profondo. Quello stesso affetto che sviluppi per tua madre nei primissimi mesi della tua vita, quando, espulso dal grembo, trovi nel suo seno un istantaneo succedaneo delle mollezze trascorse e ti ci attacchi come se fosse – e lo è – questione di vita o di morte.

Prima tappa Forlì: facile, intorno ai 300 km, siamo attesi per le 19.00. Il viaggio scorre liscio, si arriva al Valverde in perfetto orario. L’Arci Valverde è proprio un bel posto: al livello della strada c’è un bar molto ampio con tanto di biliardo e un dehors spazioso e ombreggiato. Conosco Alessandro e Thomas, i due animatori della programmazione artistica. Alessandro ha un passato nella scena hardcore e ancora oggi suona con diversi progetti. Thomas lo incrocio solo di sfuggita e a parte la capigliatura rasta non ricordo altro.

Al piano inferiore c’è la stanza per i concerti, con un bel palco e un impianto di tutto rispetto. Il fonico – Alberto, approfondirò in seguito – mi convince a usare un microfono dedicato per l’armonica, così per la prima volta nella mia vita di fronte a me ci sono due microfoni appaiati.

Anche Alberto suona in diversi progetti e si guadagna subito la mia imperitura stima quando commentando il mio set (chitarra acustica con pedalini) cita subito i Grant Lee Buffalo. Evviva. Passiamo la successiva mezz’ora a parlare dei loro dischi e siamo felici.

Il concerto scivola via liscio e apre la strada a una quasi infinita sequenza di sfide a biliardo. Il mattino dopo sveglia presto (ci attendono più di 7 ore di viaggio con l’appennino da scavallare), colazione in un bar gestito solo da donne e partenza.

La stupidità: il video

In Uncategorized on Maggio 14, 2009 at 01:01

Videoclip del singolo tratto dall’Ep “La Stupidità”, Fabrizio Coppola 2009.
Dedicato alla memoria di Abdul Salam Guibre, detto “Abba” (1989-2008).

Regia: Angelo Camba
Dop: Emilio Giliberti
Backstage: Valentina Mele
Prod: Fakiefilmz/Roadmovie/Atelier Sonique
GatosYPerros Management

Grazie a:
Giovanni De Giorgi
Micol Martinez
Alajie Barjie
Tiziano Buffoli
Valentina Mele
Chiara e Egle
Fabio Deotto
e a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo video.

http://www.fabrizio-coppola.net
http://www.myspace.com/fabriziocoppola

Diario del tour #5: Firenze, Novara, Bergamo

In diario del tour on Maggio 3, 2009 at 23:46

Firenze immobile in un disastro di lamiere – sciopero dei mezzi – più di un’ora per fare meno di 4 chilometri in città / tutto vero. Il culo incollato al sedile il naso contro il finestrino ma là fuori niente scorre, se non qualche passante felice di procedere sulle sue agili zampette piuttosto che inscatolato in ferro e plastica. Restare bloccato nel traffico è una cosa che mi fa sentire stupido, troppo stupido. In quei casi mi vengono subito in mente pensieri catastrofici – ma che cazzo ci facciamo chiusi qui, dovremmo uscire dalle macchine e sfasciarle con degli enormi martelli e poi sfasciare anche i palazzi, le strade, ma sì, fanculo, sfasciamo tutto, ah ok, è verde, si va, bene, sto già meglio.

Posto molto bello, direzione artistica del collega Max Larocca. Il concerto fila via liscio con qualche new entry nella scaletta. La sera finisce al bancone del bar – proprio come dovrebbe sempre essere.

Di ritorno da Firenze tappa a Milano. Siamo in Corso San Gottardo e ci allunghiamo fino a piazza 24 maggio dove sta iniziando la manifestazione del primo maggio. Saremmo tentati di mischiarci con la folla ma la presenza di ben tre sound systems che sparano ovviamente musiche diverse ci scoraggia.

Piccole Iene per il concerto benefico in favore delle vittime del terremoto (tra qualche giorno sul sito del locale tutti i dettagli sulla somma raccolta e sulle associazioni alle quali verrà devoluta). Il locale è molto bello, il paesino – Romagnano Sesia – un classico della provincia italiana: piccola piazzetta con monumento ai caduti (un angelo che tiene fra le braccia un ragazzo nudo le cui pubenda sono coperte da un pugnale portato per qualche motivo in posizione centrale e non sul lato come vorrebbe la tradizione) e caffè con tavolini fuori e vecchietti intenti a giocare a carte.

Si cazzeggia un po’ in giro in attesa che arrivi il nostro turno. Entriamo per sentire gli amici Guignol e poi tocca a noi per la nostra mezz’ora di concerto. Diciamo che nel locale non c’è la folla di corso vittorio emanuele a milano durante i saldi; noi diamo il nostro contributo alla causa e poi sempre con i Guignol scoviamo una trattoria che offre buona soddisfazione. Speriamo comunque che la cifra raccolta sia sostanziosa.

Bergamo è deserta, incorniciata dalle montagne. Il locale lo ricordavo più piccolo; Patrizia – la direttrice – ci accoglie con la solita burbera ospitalità, che si stempera durante la serata: è fatta così, e va bene così. Al locale hanno un pianoforte che ha più di cento anni e ha un suono che non riesco a descrivere: è super definito ma allo stesso tempo sembra espandersi, potresti dire che è un suono asciutto ma non lo è in realtà. Cena alla solita trattoria A casa mia, a un centinaio di metri dal locale, gestita da una coppia di origini pugliesi – da segnalare la polenta servita come fosse una pallina di gelato per accompagnare il pollo arrosto, una vera chiccheria. Anche qui come a Brescia si comincia molto presto – tutto deve finire per le undici e mezza per evitare i soliti problemi e bla bla bla. Si torna a Milano, settimana prossima un altro bel giro per lo stivale.