fabriziocoppola

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Diario del tour: il meglio del meglio

In diario del tour on Giugno 20, 2009 at 00:45

Io sono un ossessivo compilatore di classifiche. In particolar modo quando sono in giro. Alla fine di ogni viaggio compilo compulsivamente classifiche riguardanti ogni aspetto della trasferta – si tratti di lavoro o di vacanza: miglior mezzo di trasporto, miglior colazione, miglior albergo, miglior pomeriggio, miglior giornata di pioggia, miglior momento di tristezza, e così via. Essendo io fatto in siffatta particolare maniera, per la prima volta deciderò di andare fino in fondo e di applicare le mie particolari ossessioni a questo diario pubblico, ed eccomi quindi a offrirvi una particolare classifica del meglio del meglio di questo tour appena passato. Ovviamente questo articolo verrà nominato per l’assegnazione del premio riguardante il “miglior articolo di fine tour nel quale dichiari le tue ossessioni compulsive”. Bene, ora siete avvisati – leggete a vostro rischio e pericolo.

 

Ecco le categorie:

miglior concerto

miglior locale

miglior pranzo

miglior cena

miglior sound check

miglior pernottamento

miglior dialogo

migliore storia origliata

miglior stronzo

 

ed ecco i premiati:

Miglior concerto: ROMA

Tappa finale del giro al sud. Stanchezza uguale sempre a zero filtri. Quella sera in particolare, eravamo una Gioiosa macchina da guerra [op. cit.].

Miglior locale: ex aequo CONTESTACCIO (Roma) e VALVERDE (FC)

Il Contestaccio tempo fa si chiamava Il locale, dov’è nata tutta la scena romana di dieci anni orsono – gazzé, senigaglia, tiromancino, fabi, ecc. Bel palco, impianto ottimo, fonico di livello, tre live per sera, cucina interna di gran soddisfazione: insomma, tutto ciò che fa contento un musicista.

Il Valverde di Forlì sembra un locale d’altri tempi: sopra, bar con ampio déhors, interno con biliardo; sotto, stanzone attrezzato per il live, con un buon palco, un impianto medio ma ottimamente gestito dal fonico Alberto. Un locale che offre l’essenziale – vale a dire tutto il necessario per esprimersi al meglio.

Miglior pranzo: panino casareccio sulla Benevento-Caianiello.

Un baracchino sulla statale, con tanto di ombrellone e 4 sedie di plastica nella campagna beneventana lungo la statale. Il proprietario quando non è impegnato con i clienti siede al posto di guida del furgonato e legge. Offre porchetta con condimenti vari e wurstel (ahimè). La porchetta era eccezionale, anche se non corrispondeva per niente alla sua descrizione: “soddisfa ma non appesantisce”.

Miglior cena: Novara

Dopo il live di beneficienza (per la cronaca, stiamo ancora attendendo che Le piccole iene, il locale che ha ospitato la manifestazione, comunichi a noi musicisti e a voi che siete intervenuti quanti soldi sono stati raccolti e come saranno impiegati), insieme ai colleghi Guignol scopriamo una trattoria ottima proprio dietro il locale. Il nome non lo ricordo, purtroppo, il conto sì, però (principalmente a causa degli ammazzacaffè di lusso che ci siamo concessi). La cucina è di grande qualità, con ingredienti di livello e accostamenti fantasiosi ma non azzardati. Servizio cordiale ma non invadente.

Miglior sound check: Benevento

Dopo una tirata di 8 ore da Forlì a Benevento, arriviamo al Morgana e troviamo Bonfo che ci ha raggiunto in treno. Felicità. Il sound check viene impiegato per provare cose nuove ed è anticipato e seguito da un paio di birrette sulle poltroncine di vimini fuori dal locale.

Miglior pernottamento: Caserta

Casa privata all’interno di un palazzone anni 60. L’appartamento è all’ultimo piano e dispone di un’intera parete finestrata che dà su una terrazza enorme. Gli interni sono arredati con tendaggi leggeri dai toni caldi; ampio salone che dà sulla terrazza, cucina attrezzata. In più, l’ospitalità e la cordialità degli organizzatori del concerto (donotdisturb promotion).

 

Miglior dialogo: tra Faz, Leslie e il paninaro di Benevento

Lo rirporto così com’è avvenuto, non necessita di commenti.

Paninaro a Leslie: cosa ci vuoi nel panino?

Leslie: Wurstel e patate.

Paninaro a Faz: così siete di Milano

Faz: sì

Paninaro: la città del panettone

Leslie: …e della senape

Paninaro: della senape? Io sapevo del panettone…

Leslie: no, no, nel panino, dicevo, anche della senape…

 

Migliore storia origliata: sul treno di ritorno da Caserta

In breve, una napoletana vedova di un nordista leghista che si innamora di Napoli e chiede di essere sepolto lì dopo esservicisi trasferito per lavoro ma lei lo fa seppellire al nord. La storia completa qui.

 

Miglior stronzo: io, probabilmente. Al secondo posto, avventore imbecille del Morgana di Benevento.

Avventore: di dove siete?

Io: Milano

Lui: meno male che non siete di Firenze, al mio amico i fiorentini stanno sul cazzo.

Diario del tour #9: Milano, Parma, Cantù

In diario del tour on Maggio 27, 2009 at 22:19

Su Milano niente da dichiarare: niente viaggio, niente particolarità enogastronomiche, niente di interessante insomma – e poi, quando arrivi al concerto partendo da casa tua non è mica la stessa cosa. In fondo, mi rompo abbastanza i cosiddetti a suonare a Milano, per questo, questo e quest’aaaltro motiiiivo.

Su Parma poco di più – per esempio l’intervista a Radio Parma con il simpatico dj di cui ahimé non ricordo il nome. Un’altra cosetta croccante riguardo Parma è questa: il locale, piccolino ma molto curato, ha dovuto anticipare l’orario dei concerti – acustici – a causa delle proteste di un abitante del vicinato. Suddetto abitante lo vediamo passare fuori dal locale poco prima del concerto, e il gestore – un ragazzo di Salerno (!) – me lo indica: grande è il mio stupore quando mi indica un uomo sui trentacinque con tanto di rasta che pedala tranquillamente per la strada. È proprio un grande paese l’Italia.

Altra cosetta fuzzy: passo una mezzoretta a parlare con un ragazzo che mi racconta quasi interamente la sua vita, con particolare attenzione su un colloquio di lavoro che aveva bucato nel pomeriggio con l’azienda che gestisce la raccolta rifiuti nel parmigiano.

“Cioè, se mi fossi fatto una cannetta di meno forse il posto l’avrei anche avuto. Non che mi interessasse, però per il momento poteva andare. E invece no. Non mi hanno preso. E ora non so cosa fare”.

Una cosa così per tipo mezz’ora, e in tutto questo era ovviamente abbastanza fatto di cannette.

Passiamo a Cantù, all’Aguaplano.

Il locale non è niente male, non ci avevo mai suonato. Bel palco, impianto nella norma, pianoforte a muro. I due gestori sono sinceri appassionati di musica, quindi stabiliamo subito il feeling giusto. La serata scorre piuttosto liscia – sound-check, cena gustosa (polpettone casalingo con insalata e patate, mi sembra di ricordare) e pre-concerto al biliardo. Il biliardo dell’Aguaplano ha le sponde magiche: non c’è modo di calcolare una sponda, le palle ci rimbalzano e continuano la loro traiettoria in direzioni imprevedibili.

Una lunghissima sfida Bonfo Leslie occupa quasi tutto il pre concerto, nella costernazione degli altri avventori che attendono il loro turno al biliardo.

Il locale si riempie sul tardi e il pubblico non è dei migliori. Noi facciamo la nostra cosa, e la facciamo bene – è per quello che siamo qui.

Dopo il concerto, una buona mezz’ora con l’amico Claudio Sala, che ha suonato con me per tutto il tour di La superficie delle cose – e, piccolo inciso, probabilmente il miglior chitarrista che conosco per gusto, cultura e consapevolezza. Dopo un po’ risaltiamo in macchina e torniamo tutti alle nostre magioni.

Il grosso del tour è ormai finito. Mancano solo due date, a Varese e a Vercelli. Non ho ancora finito che ho già voglia di ricominciare.

Diario del tour #8: Roma

In diario del tour on Maggio 22, 2009 at 20:44

Dopo una lunga nottata beneventana di birrette e panini, il mattino è libero: abbiamo appuntamento al furgone per le 13.00.

Io mi sveglio alle 11 dopo un sonno mediamente ristoratore, mi infilo i primi vestiti che trovo e mi dirigo al bar più vicino. Con me c’è Leslie, ma me ne accorgerò non meno di mezz’ora dopo.

Il piazzale prospiciente al campanile è occupato da una manifestazione della polizia. C’è una fanfara registrata (con tanto di applausi finti), una sfilza di agenti che si riparano nell’unico angolo di ombra della piazza – e mi sembra subito di essere catapultato nel messico rivoluzionario di Zapata, con i soldati controrivoluzionari che si riparano dal solleone sotto gli spalti del forte – e una Lamborghini in forze alla Polizia di stato. Sì, avete capito bene. Una Lamborghini.

Ordiniamo un caffè americano, un bicchiere d’acqua naturale e un espresso. Ci portano le ordinazioni e il cameriere mi sussurra all’orecchio, con fare circospetto: 8,90 euro. Gli rispondo di portarmi lo scontrino, prima di tutto, e poi il menù, in modo da poter verificare il prezzo delle consumazioni al tavolo. Lui torna dopo un po’, con lo scontrino – il numero 1 della giornata, alle ore 11:48 nel caffè centrale del centro storico di benevento… – ma mi dice che il menù non c’è, che lui non ha responsabilità in quanto garzone, eccetera eccetera. Va bene, gli dico, va bene – e con questo intendevo significare: fanculo, poi ci lamentiamo che il paese è allo sfacelo.

Ci godiamo le nostre consumazioni, con un occhio ai quotidiani e un altro alla Lamborghini, peraltro immobile. Dopo una mezz’oretta, come fantasmi fanno la loro comparsa Bonfo e Faz. Mentre si accomodano, io mi ritiro nei nostri appartamenti per una doccia. Dopo circa un’ora siamo nuovamente sul furgone, destinazione Roma.

Riprendiamo la perigliosa Benevento-Caianiello, stavolta in direzione [ostinata e] contraria, e dopo pochi chilometri siamo presi dai morsi della fame. Ma la fortuna del viandante è con noi: dopo neanche 15 chilometri, preannunciato da un tripudio di bandiere del Napoli, si materializza ai nostri occhi un super baracchino, piazzato tatticamente oltre il guard-rail nei pressi di una piazzuola di sosta. Subito ci appare chiaro che si tratta indubbiamente del nostro posto. Accostiamo – è Leslie alla guida, che ci condurrà fino al Contestaccio –, scendiamo dal mezzo e restiamo attoniti come bambini di fronte alla vetrina di un negozio di caramelle a rimirare la colesterosa vetrinetta del paninaro. Sul bancone fa splendida mostra di sé una porchetta gigante. Ora, io non amo la porchetta, tuttavia non sono un uomo che si tira indietro di fronte al pericolo. Vieppiù, il mio occhio casca bellamente su un vassoietto di zucchine alla scapece, così che prima ancora di riuscire a formulare una frase completa nel cervello mi sento pronunciare queste parole: “Per me porchetta e zucchine”.

“Azz…”, mi riponde il buon uomo… “Ma voi non siete del nord,” mi dice. Aveva intuito il mio accento ahimè nordico, ma la mia scelta delle zucchine alla scapece gli aveva fatto riconoscere in me un uomo del sud. È un attimo, che dura un’infinità di tempo: mi immagino di prenderlo sottobraccio e di ballare con lui una tarantella mentre alle nostre spalle scorrono inarrestabili sfilze di tir rumorosi e fracassoni, sogno di abbracciarlo in un’immaginetta con tanto di sfondo del vesuvio e di pino marittimo di Posillipo, e ancora, sogno di fare l’assist partita a Careca contro il Milan di Sacchi…

Un paio di minuti dopo riprendo conoscenza. Sono seduto a un tavolino riparato da un ombrellone nella campagna accanto al baracchino. Bonfo ha fatto la mia stessa scelta – bravo. Leslie ha optato per wurstel e non so che altro (non commento) e Faz ha preso sì la porchetta ma affogandola nella maionese (e anche qui mi astengo dal commentare).

“Vedrete, questo è un panino che sazia ma non appesantisce…” Così ci aveva detto il buon uomo. Fatto sta che, a pochi chilometri da Roma, cominciamo a vedere tutti i Santi assortiti aggrappati alle indicazioni autostradali. Stabiliamo così unanimemente che è ora di fare una pausa caffè. Sembra che la tratta Benevento Roma, che avrebbe dovuto essere la più facile, stia diventando la più perigliosa.

Dopo la pausa all’autogrill, giungiamo all’ostello del foro italico, la nostra fantasmagorica sistemazione per la notte. Ma ormai siamo in città, così il morale è alto e arriviamo al Contestaccio in anticipo; decidiamo quindi di fare una passeggiata nel quartiere. Dopo un paio di tentativi a vuoto, imbocchiamo una strada che ci conduce in un luogo non dico animato, ma perlomeno impreziosito dalla presenza di alcune persone. Siamo in Piazza Ostiense. Ci beviamo una birretta fresca in tutta tranquillità e dopo ci dirigiamo al locale per il sound-check. Il posto è molto bello, ottimo impianto e fonico di livello. Sul palco si sente molto bene, il check è veloce. Mentre attendiamo la cena mi addormento su una sedia in giardino – capita anche questo quando ci si ostina a voler fare il rock’n’roll ben oltre i 23 anni.

Il Contestaccio ha la cucina interna: scegliamo la pasta alla gricia, un must capitolino, accompagnata da un paio di bottiglie di falangina. La pasta è ottima: avevamo chiesto le mezze maniche ma ci portano gli spaghetti. Il cuoco in persona – personaggio mitologico sulla sessantina che in tre minuti ci fa tutta la storia della gricia – viene al tavolo per dirci che no, non ci vanno le mezze maniche ma gli spaghetti. Non sono convintissimo, ma la pasta è talmente buona che va benissimo così (amici romani, illuminateci sulla questione, grazie).

Poco dopo la mezzanotte si sale sul palco, per quello che sarà il miglior concerto di tutto il tour – almeno finora. Quando chiudiamo il set sono quasi le due e dopo aver cazzeggiato un po’ per il locale ci dirigiamo al foro italico per la notte.

Diario del tour #7: Benevento

In diario del tour on Maggio 19, 2009 at 22:37

Su consiglio di Alessandro seguiamo la statale E45 Ravenna Roma. In alternativa avremmo potuto proseguire sull’adriatica e scavallare dopo Pescara. Mi convincono che la statale è meglio. Ok, vada per la statale. Effettivamente avevano ragione: io faccio tutto il primo turno di guida fino al raccordo con la A1. Il panorama è favoloso: la statale si snoda tra valli verdissime e improvvise radure. C’è pochissimo traffico e la nostra marcia viene interrotta solo da alcuni lavori. A un certo punto sembra di stare in Norvegia: un lago appenninico incastrato tra versanti verdissimi e sovrastato da un cielo di un azzurro sconfinato. Facciamo delle foto, da bravi turisti, e proseguiamo (e comunque in Norvegia non ci sono mai stato).

Poi, quando il raccordo con la A1 sembra ormai a un passo, ci ritroviamo in un buco spaziotemporale che fa sì che suddetto raccordo (a Orte, per la precisione), sembri non arrivare mai. Ma dopo arriva, oh se arriva.

Cambio guida e si procede: si tratta di altri 300 km. Io passo sul sedile posteriore per il meritato riposo – ma non riesco a dormire più di un quarto d’ora, nonostante ci lavori con la necessaria convinzione. In tutti i modi, alla fine si arriva – dopo altre due pause caffè all’autogrill e dopo essere sopravvissuti alla statale Caianello Benevento: suddetta statale – una corsia per senso di marcia senza divisorio – è interpretata dai locali come una specie di circuito sul quale mettere alla prova le loro doti di guidatori sportivi. In un’ora di percorrenza si è visto di tutto: sorpassi in presenza di striscia continua; sorpassi in presenza di striscia continua con curva cieca all’orizzonte; sorpassi con doppia striscia continua con o senza curva cieca; doppi e tripli sorpassi con doppia striscia continua, curva cieca e dosso (il doppio sorpasso è così: c’è un camion che trasporta cocomeri che avanza lento: dietro di esso due vetture: quando la prima sorpassa il camion la seconda si accoda e la supera mentre la prima effettua il sorpasso. Il triplo si differenzia solo per la presenza di una terza vettura che sorpassa la seconda mentre quest’ultima sta a sua volta superando la prima intenta a sorpassare un mezzo lento).

Com’è come non è, puntualissimi alle 18.15 parcheggiamo il furgone di fronte al Morgana. Salutiamo Ernesto, Rosa e Vittorio, sempre calorosi e iper disponibili. Bonfo è arrivato con il treno direttamente da Milano e ci ha preceduto di pochi minuti. Scarichiamo in fretta e prima del sound check ci godiamo tutti insieme una birretta fresca sulle poltroncine di vimini all’esterno del locale. Relativamente ritemprati ci dirigiamo al sound check. Prima però vado a far scorta di plettri nel piccolo negozio di strumenti nella via che porta al Conservatorio. C’è una piccola piazza che risplende nella luce azzurra del tardo pomeriggio. Da una finestra al terzo piano gocciolano le note di un pianoforte, un cane dorme sul porfido agli ultimi raggi di sole.

Sound check veloce e divertente: il bello di quando si sta in giro è che dopo un po’ di date il sound check viene usato per provare cose nuove, così per rompere la monotonia. Sound check finito, un’altra birretta fresca prima di un’oretta di meritato riposo nella graziosa sistemazione messaci a disposizione.

Uscendo dal locale riesco quasi a litigare con due persone differenti.

Uno.

Mentre usciamo un tipo mi fa: Siete voi che suonate questa sera?

Sì, siamo noi.

Di dove siete?

Milano.

Ah bene, perché al mio amico stanno sul cazzo quelli di Firenze.

Mentre cerco una maniera adeguata di rispondere a questo imbecille, che mi fa venir voglia di esser nato a Firenze, Leslie mi ha già spinto cinque metri più avanti.

Ma non è finita. C’è un tipo con un Suv largo tre metri che non riesce a fare la curva dov’è parcheggiato il nostro furgone.

È vostro il furgone, chiede.

Sì. [Il furgone, per la cronaca, è parcheggiato bene e non sporge dalla striscia bianca che delimita il parcheggio.]

Bè, è troppo grosso, non ci passo.

Gli rispondo: resta da vedere se è il nostro furgone a essere troppo grosso o è la tua macchina…

Bè, ma io sono residente, risponde il simpaticone.

Io gli faccio notare che non siamo parcheggiati in un posto per residenti ma nel frattempo arriva qualcuno che sposta un’altra macchina e il suvvizzato può procedere.

Dopo riposo e doccia, cena in un ristorante poco lontano – linguine alla carrettiera (una aglio, olio e peperoncino con aggiunta di pomodoro fresco – qualcuno dei miei, e non faccio il nome per pietà – vorrebbe mettere il formaggio. Lo fulmino con lo sguardo e l’argomento è chiuso), vino rosso locale, caffè.
Quando arriviamo al locale lo troviamo bello stipato e così resterà per le due ore successive. Bel concerto energico, pubblico attento e partecipe, bella serata.
Dopo qualche birretta e un paio di panini, verso le cinque guadagnamo finalmente il meritato riposo. Domani tappa facile, fino a Roma, con partenza nel pomeriggio, quindi si può dormire.

Diario del tour #6: Forlì

In diario del tour on Maggio 19, 2009 at 22:30

(Dialogo tra F e P[L] avvenuto in un punto imprecisato dello stivale venerdì addì 9 maggio 2009):

Leslie, quanto cazzo manca?

Eh, tipo 300 km…

300 Km? Oh Santa Madonna dell’Annunciazione

Ma facciamo un passo indietro…

La tre giorni appena conclusa ha portato tutti i partecipanti alla spedizione (io, cantautore milanese di origini salernitane meglio noto come fabriziocoppola; paoloperego, alias leslie, bassista lecco-pugliese; fabiodeotto, batterista, provenienza nordmilano; fabiobonfante, alias bonfo, provenienza tuttoilfottutomondoconosciuto), dicevo, ha portato tutti i partecipanti a un soffio dalla verità assoluta: la verità assoluta è questa – no, ve la dico dopo.

Ma facciamo un altro passo indietro.

È mercoledì. Sono a casa di Paolo, chitarrista dei Lo.mo e molte altre cose. L’uomo – l’animatore di Sur le sofà, gli house concert meno chic e più sostanziali del nord italia – mette a disposizione il suo pluridecorato furgone (ha scorrazzato un sacco di band per mezza europa e inoltre sul portellone posteriore reca un bell’adesivo fender) per il nostro tour downsouth. Lo fa perché lui è fatto così: sa cosa è giusto, e si dedica a cosa è giusto.

Il furgone è un Ducato Turbo Diesel 6 posti che svolge il suo lavoro alla perfezione: è comodo, spazioso, talvolta anche silenzioso. Tutte queste qualità fanno sì che già pochi minuti dopo la partenza dalla base di Casamedusa tra noi e il mezzo si sviluppi un rapporto di dipendenza sentimentale e di affetto profondo. Quello stesso affetto che sviluppi per tua madre nei primissimi mesi della tua vita, quando, espulso dal grembo, trovi nel suo seno un istantaneo succedaneo delle mollezze trascorse e ti ci attacchi come se fosse – e lo è – questione di vita o di morte.

Prima tappa Forlì: facile, intorno ai 300 km, siamo attesi per le 19.00. Il viaggio scorre liscio, si arriva al Valverde in perfetto orario. L’Arci Valverde è proprio un bel posto: al livello della strada c’è un bar molto ampio con tanto di biliardo e un dehors spazioso e ombreggiato. Conosco Alessandro e Thomas, i due animatori della programmazione artistica. Alessandro ha un passato nella scena hardcore e ancora oggi suona con diversi progetti. Thomas lo incrocio solo di sfuggita e a parte la capigliatura rasta non ricordo altro.

Al piano inferiore c’è la stanza per i concerti, con un bel palco e un impianto di tutto rispetto. Il fonico – Alberto, approfondirò in seguito – mi convince a usare un microfono dedicato per l’armonica, così per la prima volta nella mia vita di fronte a me ci sono due microfoni appaiati.

Anche Alberto suona in diversi progetti e si guadagna subito la mia imperitura stima quando commentando il mio set (chitarra acustica con pedalini) cita subito i Grant Lee Buffalo. Evviva. Passiamo la successiva mezz’ora a parlare dei loro dischi e siamo felici.

Il concerto scivola via liscio e apre la strada a una quasi infinita sequenza di sfide a biliardo. Il mattino dopo sveglia presto (ci attendono più di 7 ore di viaggio con l’appennino da scavallare), colazione in un bar gestito solo da donne e partenza.

Diario del tour #5: Firenze, Novara, Bergamo

In diario del tour on Maggio 3, 2009 at 23:46

Firenze immobile in un disastro di lamiere – sciopero dei mezzi – più di un’ora per fare meno di 4 chilometri in città / tutto vero. Il culo incollato al sedile il naso contro il finestrino ma là fuori niente scorre, se non qualche passante felice di procedere sulle sue agili zampette piuttosto che inscatolato in ferro e plastica. Restare bloccato nel traffico è una cosa che mi fa sentire stupido, troppo stupido. In quei casi mi vengono subito in mente pensieri catastrofici – ma che cazzo ci facciamo chiusi qui, dovremmo uscire dalle macchine e sfasciarle con degli enormi martelli e poi sfasciare anche i palazzi, le strade, ma sì, fanculo, sfasciamo tutto, ah ok, è verde, si va, bene, sto già meglio.

Posto molto bello, direzione artistica del collega Max Larocca. Il concerto fila via liscio con qualche new entry nella scaletta. La sera finisce al bancone del bar – proprio come dovrebbe sempre essere.

Di ritorno da Firenze tappa a Milano. Siamo in Corso San Gottardo e ci allunghiamo fino a piazza 24 maggio dove sta iniziando la manifestazione del primo maggio. Saremmo tentati di mischiarci con la folla ma la presenza di ben tre sound systems che sparano ovviamente musiche diverse ci scoraggia.

Piccole Iene per il concerto benefico in favore delle vittime del terremoto (tra qualche giorno sul sito del locale tutti i dettagli sulla somma raccolta e sulle associazioni alle quali verrà devoluta). Il locale è molto bello, il paesino – Romagnano Sesia – un classico della provincia italiana: piccola piazzetta con monumento ai caduti (un angelo che tiene fra le braccia un ragazzo nudo le cui pubenda sono coperte da un pugnale portato per qualche motivo in posizione centrale e non sul lato come vorrebbe la tradizione) e caffè con tavolini fuori e vecchietti intenti a giocare a carte.

Si cazzeggia un po’ in giro in attesa che arrivi il nostro turno. Entriamo per sentire gli amici Guignol e poi tocca a noi per la nostra mezz’ora di concerto. Diciamo che nel locale non c’è la folla di corso vittorio emanuele a milano durante i saldi; noi diamo il nostro contributo alla causa e poi sempre con i Guignol scoviamo una trattoria che offre buona soddisfazione. Speriamo comunque che la cifra raccolta sia sostanziosa.

Bergamo è deserta, incorniciata dalle montagne. Il locale lo ricordavo più piccolo; Patrizia – la direttrice – ci accoglie con la solita burbera ospitalità, che si stempera durante la serata: è fatta così, e va bene così. Al locale hanno un pianoforte che ha più di cento anni e ha un suono che non riesco a descrivere: è super definito ma allo stesso tempo sembra espandersi, potresti dire che è un suono asciutto ma non lo è in realtà. Cena alla solita trattoria A casa mia, a un centinaio di metri dal locale, gestita da una coppia di origini pugliesi – da segnalare la polenta servita come fosse una pallina di gelato per accompagnare il pollo arrosto, una vera chiccheria. Anche qui come a Brescia si comincia molto presto – tutto deve finire per le undici e mezza per evitare i soliti problemi e bla bla bla. Si torna a Milano, settimana prossima un altro bel giro per lo stivale.

Diario del tour #4: Enosteria, Brescia

In diario del tour on Aprile 27, 2009 at 20:40

All’Enosteria si suona molto presto perché – nonostante i concerti siano sempre in acustico – spesso i vicini si lamentano del “rumore”. Così quando salgo sul palco mancano una ventina di minuti alle 10. Quando scendo sono le 11 e un quarto ma questo non basta a scongiurare l’intervento dei carabinieri. Arrivano perché chiamati dall’anziana signora che abita sopra il locale. I due in divisa praticamente si scusano della loro presenza – sono da poco passate le 11 e il volume della musica è decisamente ridotto – tant’è che non chiedono neanche di vedere i documenti e i permessi. 

Espletati i doveri di cronaca senza nessuna voglia di riflettere ancora su questioni di questo tipo, vado ad elencarvi i lati positivi della trasferta bresciana. Il posto è molto carino, gestito per la programmazione artistica da Andrea e per la parte cucina e locale da Francesco. Si mangia bene, il locale è arredato con gusto e il palco è molto caldo, con un bel pianoforte, un impianto luci minimo ma più che sufficiente e una bella pedana di assi di legno – che percuoterò a tempo durante un paio di brani dopo averne scoperto le proprietà armoniche durante il sound check.

Il concerto scivola via bene anche se i bis che avevo in mente sono stati cancellati per cause di forza maggiore. Sulla strada del ritorno stop in autogrill dove non so resistere alla tentazione di mangiare una tristissima sfogliatella (uno dei leit-motif di questo tour) in un autogrill poco prima di Bergamo. Ma me lo merito, oh se me lo merito. Chi va per questi mari…

Diario del tour #3: Neverland sul ghiaccio, Castello di Solza (BG)

In diario del tour on Aprile 22, 2009 at 00:50

L’Italia è un paese meraviglioso. Per taluni versi lo è. Decisamente. Quali sarebbero questi versi? Andiamo con ordine.

La data a Neverland d’Inverno me l’ha fissata Alessandro Giovanniello (noto ai più come Alez), l’uomo che regge i fili del Rock Island, del Neverland dello scorso anno e che mi ha organizzato dalla prima all’ultima data del tour Aspetto la bellezza, quello in solo acustico di due anni fa. Nonostante il fatto che lui sia originario della provincia di Avellino e io di Salerno città (in Campania si ammazzano per questo, dentro e fuori dagli stadi), ci vogliamo bene. E già questo mi sembra bello. Lui non perde occasione per ricordarmi che tra i Lupi hanno militato giocatori del calibro di Dirceu e di Juary, io gli rispondo che tra i gloriosi granata ha chiuso la carriera Agostino Di Bartolomei, bandiera della Graaaaande Roma di Liedholm, Falcao e Pruzzo.

 

 

Io (travestito da Elvis Costello) & ALez

Io (travestito da Elvis Costello) & ALez

 

 Digressione: Agostino Di Bartolomei morì suicida. Si sparò al cuore a dieci anni esatti dalla finale di Coppa Campioni persa ai rigori dalla Roma contro il Liverpool. Tempo dopo fu ritrovato un suo biglietto strappato sul quale c’era scritto: “Mi sento chiuso in un buco”. La canzone La leva calcistica del 68 di De Gregori è dedicata a lui. Fine digressione.

 Il cielo ci mostra le differenti gradazioni del grigio mentre sulla A4 ci dirigiamo verso Capriate. Oltre le nuvole, le Prealpi imbiancate galleggiano in una luce d’inizio secolo. Arriviamo e scarichiamo, ma visto che per diversi motivi né io né Bonfo (tour manager, label manager, rotture di coglioni manager – quello che, insomma, risolve i problemi, o almeno ci prova) abbiamo mangiato, ci dirigiamo insieme a Leslie (bassista, in precedenza fonico live) al bar che sorge nella piazzetta poco lontana dalla rocca dei Colleoni. Poltrone verde acido, 7 (sette) megaschermi alle pareti che inviano 7 (sette) canali diversi sparati a un volume indescrivibile. Chiediamo dei toast e delle cochecole (toast asciuttissimi, una fetta di prosciutto e formaggio di quart’ordine, voto 3,5; cochecole annacquate, voto 4,5; servizio cordiale ma lacunoso, voto 5 meno meno).

Nel bel mezzo del sound check arriva il sindaco per salutarmi. Fico, penso, devo dirlo a mia madre. Mi ha visto al Neverland e le è piaciuto il concerto, così è passata per fare un saluto. Non so se darle del tu o del lei; poi decido di restare sul lei, più istituzionale. Poco dopo scopro che il fonico è il vice-sindaco, e questo imprime una svolta formale al sound-check, che portiamo a termine con soddisfazione di tutti – vice-sindaco compreso.

 

 

Io & il vice-sindaco

Io & il vice-sindaco

 

Nel dopocena intervista con Roberto Bonfanti – l’intervista si tramuta in una specie di cabaret e invano tenterò a fine serata di convincerlo a – come dire – tralasciare, passare sopra, dimenticare, cancellare alcune mie dichiarazioni balzane. Non c’è verso, è intenzionato a fare il suo dovere di cronista fino in fondo – meno male che non scrive per il Corriere della Sera.

Manca ancora un’ora all’inizio del concerto. Mi chiudo in camerino con la mia acustica in re aperto e suono tutti i blues che conosco. Due ore e mezzo dopo sono tra il pubblico con la stessa chitarra a suonare una versione totalmente unplugged di La mia rovina (brano che finirà sul nuovo disco) prima del gran finale con il resto della band.

Seconda digressione: ho iniziato a scrivere sparandomi in cuffia la radio di lastfm settata su “artisti simili a The Ark” – gruppo che amo particolarmente – così in questo momento ascolto musica dance cantata in svedese. Cambio, passo a un più classico “artisti simili a BRMC”. Meglio, sì, meglio. Fine digressione.

Il concerto è finito. Mi cambio velocemente e mi faccio portare una bella birretta – me la merito, così è stabilito.

Dopo una mezz’oretta di chiacchiere assortite – e diversi cd autografati sui quali scrivo Colza invece di Solza in uno slancio di ecologismo – arriva il clou della serata.

Il clou della serata è, più o meno in ordine, questo:

Il Kalashnikov: oltre a essere il fucile mitragliatore più amato dai guerriglieri che svolgono la propria attività a latitudini tropicali, è anche un intruglio inventato dal barista del castello. Si tratta di vodka impreziosita da un accento di assenzio. Dopo che l’hai bevuto devi azzannare una fetta d’arancia coperta di zucchero di canna. E correre a leggere Baudelaire.

Una lunghissima disquisizione portata avanti da un dj locale, famoso per organizzare rave parties nel circondario, sul seguente quesito: esteticamente, è più apprezzabile un membro maschile eretto o un clitoride?

Altri Kalashnikov.

Il dj esprime la sua preferenza estetica a favore del membro maschile e mima in malo modo la parte femminile.

 

 

La preferenza del dj / lei non è la sua compagna

La preferenza del dj / lei non è la sua compagna

 

Sconforto tra i presenti – il vice-sindaco, fino a quel momento sobrio e posato, va su tutte le furie.

Ancora Kalashnikov.

L’intervento nella discussione della compagna del suddetto dj locale. Rifiuta la descrizione antecedentemente fatta dal suo compagno – che forse mentre scrivo è diventato il suo ex-compagno – e propone una descrizione del di lui organo. La descrizione non appare particolarmente ossequiosa.

Sconforto del dj.

Kalashnikov.

Il barista attacca a parlarmi in portoghese. Io gli rispondo in spagnolo. Lui si incazza, dice che il portoghese non è lo spagnolo, sono due lingue diverse. Io gli rispondo che lo so, ma il portoghese non lo conosco.

 

buonanotte

buonanotte

 

Dopo un crescente delirio di nonsense à la Monty Python, ci ritroviamo in autostrada. Bonfo, saldamante alla guida, ci riporta a casa.

 

Qui una recensione del concerto

 

Diario del tour #2: verona, verderio

In diario del tour, live on Aprile 16, 2009 at 15:44

Due giorni prima del concerto a Verona mi informano che a causa di una non meglio precisata ordinanza del sindaco che non si sa bene se sia già in vigore o meno l’unico modo di fare la data in solo acustico al majakowskij è di farla in unplugged vero – niente impianto, né cavi, microfoni o elettricità. Solo io, la chitarra o il piano e la mia voce. Interessante, penso. Per me può anche andare bene, l’importante è che il pubblico sappia che il concerto si farà così – dico, e mi rassicurano che sarà così. Non voglio rinunciare alla data di Verona, che resta per ora l’unica tappa veneta del tour, dal momento che il concerto inizialmente previsto a Treviso è stato annullato. Un’ora e quaranta per fare milano-verona e 40 minuti per attraversare la città, bloccata totalmente, probabilmente a causa del Vinitaly. Arriviamo al locale all’orario stabilito, in tempo per fare il non-sound check, per prendere un minimo di confidenza con l’acustica del posto – davvero ottima, grazie a un soffitto a volte in mattoni – e con il bel pianoforte Kawai. Dopo una mezz’oretta a giochicchiare con le chitarre e il piano decido che il non-sound check può dirsi concluso. Dopo poco siamo in una piccola trattoria poco lontano dal locale. Il posto è piccolino e affollato ma troviamo un tavolo da due ancora libero. Decidiamo di provare il risotto con i bruscandoli – le cime del luppolo selvatico –, e facciamo bene. Il vino della casa non è niente male, il servizio curato e amichevole senza risultare invadente. Per fare il verso a Gianni Mura, assegno un bel 7,5 alla trattoria. Rinfrancati nel corpo e nello spirito ci dirigiamo nuovamente al Majakowskij. Il locale è pieno. Il pubblico è incredibilmente silenzioso e attento (bravissimi, voto 8). Io ci prendo gusto e comincio a spostarmi per la sala, avvicinandomi agli spettatori più lontani dal palco. Quando mi sposto al pianoforte per L’altalena chiudo gli occhi e mi sembra di essere a casa. Bello.

Il giorno dopo tappa al Pintupi, uno dei miei circoli Arci preferiti dell’intero stivale – se non ci siete mai andati passateci una volta o l’altra, merita davvero. I ragazzi hanno anche migliorato la sala, con un palco tutto nuovo e altre cosucce molto carine. Il momento più bello di ogni concerto al Pintupi è sempre la cena, quando si mangia tutti insieme con i ragazzi del circolo che a turno preparano il companatico. Questa volta abbiamo pasta fredda con ricotta e pomodorini, una serie pressoché infinita di torte salate e altro che non ricordo. Nella sala sono esposte le opere di Maurizio Campesi – diverse illustrazioni e alcune poesie –, un giovane artista che conosco prima del concerto. Da sabato prossimo (18/4) la mostra si sposta alla biblioteca di Sulbiate (per più info lo trovate su facebook). Il concerto inizia attorno alle 23, e l’atmosfera è fin da subito ottima: alcune coraggiose ballano (ballano?!), molti altri cantano e io sono così preso a guardarli che mi impappino un paio di volte, sbagliando qualche accordo e qualche verso. Bene così. Prossimo appuntamento al neverland sul ghiaccio.

Diario del tour # 1: perugia, caserta

In diario del tour, live on Marzo 29, 2009 at 23:01

Seduto su una sedia di legno e paglia fumo una sigaretta e sorseggio una birra fuori dal loop mentre il sole si inflitra agile nelle strette strade del centro di perugia.  La giornata è bella, vado a fare quattro passi, mi allungo fino in via dei priori – vorrei rimanerci per sempre, forse. Mi fermo in un bar di fronte alla cattedrale, bevo un tè e butto giù una scaletta. Leggo il giornale. Intorno a me un paio di coppiette, tre ragazzi rumeni ridono e scherzano nei loro pantaloni sporchi di vernice bianca. Pago, esco e torno al loop.

Non sapevo che ci fosse un pianoforte, così me ne sto lì per una buona mezz’ora a prendere confidenza con lo strumento. Suonare da solo nella sala vuota mi fa sentire a casa. Il sound check è veloce, sistemo tutte le cose sul palco – le armoniche, la scaletta, i testi di alcuni pezzi nuovi che sbaglio quasi sempre – poi sono pronto per la cena. Si mangia a casa di gianluca e del suo socio con il quale gestiscono il locale: formaggi e salumi fatti dai genitori di gianluca più lasagna ai funghi preparata dal suo socio. Mangiamo sul divano, si chiacchiera, un po’ guardiamo annozero, poi sentiamo un po’ di musica. Oltre a me e a gianluca ci sono due ragazze, una ricercatrice universitaria emaciata ma dallo sguardo gentile e una studentessa prossima alla laurea che ci racconta una storia confusa su un omicidio, delle indagini in Brasile e altre faccende che faccio fatica a seguire.

È quasi ora, vado in camera e scelgo una camicia: ne ho portate 5 per due concerti – l’indecisione – pur sapendo benissimo quale avrei indossato. La indosso, controllo nello specchio e poi si va per un caffè. La gente al loop arriva sul tardi. Alle 11 si comincia, un’ora e mezzo dopo tutto è finito. Nel mezzo uno dei più bei concerti che abbia fatto: ogni cosa funziona perfettamente, il pubblico ascolta, applaude, ride, urla e capisce. Suono per la prima volta La stupidità in versione chitarra e voce – a metà pezzo mi commuovo, la sento quella lacrima solitaria che scende e mi distrae per un paio di versi, poi riprendo il controllo e la porto fino alla fine.

Quando esco per una sigaretta mi accorgo che la temperatura è precipitata rispetto al pomeriggio: fuori dal locale mi fermo a parlare con dei ragazzi poi torno dentro e aspetto la chiusura prima di tornare a casa con gianluca. Il mattino dopo un caffè in piazza e poi via alla stazione direzione caserta. Sulla strada saluto Perugia e tutto il resto.

Non ero mai stato a Caserta, così inorridisco quando scopro che hanno costruito la stazione proprio di fronte alla reggia. Bevo un caffè, adocchio le sfogliatelle e mi faccio un appunto mentale: ricordati di comprarne 4 o 5 prima di ripartire domani mattina. Il caffè è ottimo.

Dopo poco arriva Fabio e andiamo nella casa che mi ospiterà per la notte: è molto bella, con una terrazza grandissima e un’intera parete di finestre coperte di tende leggere rosse, arancioni e viola. Beviamo un tè, io mi faccio una doccia veloce e poi si va alla libreria ticonzero per l’intervista. I ragazzi dell’associazione che organizza il concerto – Fabio, Adriano, Cristina, Serena – sono fantastici e nonostante le difficoltà che incontrano vanno avanti dritti per la loro strada.

La sveglia suona alle 8, la spengo e quando mi risveglio sono le 9, e sono in ritardo. Dopo dieci minuti arriva fabio, beviamo un caffè al volo e scappiamo verso la stazione – senza dimenticare un salto in pasticceria per le sfogliatelle.

A Roma Termini ci sono le postazioni di informazioni per quelli che vanno al congresso del nascente popolodellelibertà. Li riconosci a prima vista. Mangio al volo una carbonara al ristorante self service chef express, lottando strenuamente per non far cadere il vassoio che reggo con una sola mano mentre sono in fila alla cassa – il resto del corpo è impegnato a trascinare trolley, chitarra e il preziosissimo sacchettino con le sfogliatelle. Il treno per Milano è affollatissimo, fatico a farmi strada fino al mio posto, sull’orlo di una crisi di nervi. Poi mi sistemo e cerco di recuperare un po’ di sonno. Operazione impossibile. Dall’altro lato del corridoio c’è una signora che attacca a raccontare la storia della sua vita al passeggero che ha di fronte e lo fa con un tono di voce che si sente fin dall’inizio del vagone. Ok, se non posso dormire, almeno cerco di seguire la vicenda. La signora è napoletana, ed è da poco vedova. Era sposata con un tipo di ferrara o ravenna, non ricordo. Il tipo era leghista e un giorno loro figlio a scuola fece un tema su Garibaldi, nel quale scrisse soltanto “Garibaldi era un cretino”; dopo questo fatto i genitori furono convocati a scuola per spiegazioni e la signora disse che era il marito che inculcava quelle cose al figlio. La signora parlava di queste cose con un distacco sorprendente, come se non si trattasse né di suo marito e nemmeno di suo figlio. Fatto sta che a un certo punto il nostro eroe del nord decide che vuole visitare Napoli, città natale della sua amata. Lei cerca di farlo desistere da quella malsana idea – non è posto per te, gli dice – ma lui è irremovibile. Ed è così che, quindi, quell’estate lei lo porta a Napoli. E lui se ne innamora. Incredibile. Ma più incredibile ancora è il fatto che un anno dopo l’azienda per la quale il marito lavora gli propone di trasferirsi a Napoli nella sede appena aperta: e lui accetta. In seguito l’uomo muore e nonostante lui avesse detto alla moglie più volte che avrebbe voluto essere seppellito a Napoli lei lo riporta su al nord: “perché quella è la sua terra – dice la signora – non me la sono sentita di lasciarlo lì a Napoli”.

Quando scendo in centrale sono confuso, molto confuso. Fumo avidamente una sigaretta appena sceso dal treno: il cielo è grigio e pioviggina. Stringo il sacchetto con le sfogliatelle come fosse l’ultimo palpabile feticcio dell’unità d’Italia e mi dirigo verso casa.

Questa macchina uccide la stupidità

In diario del tour, live on Marzo 13, 2009 at 23:42

Una fastidiosa influenza è qui con me a poche ore dal debutto di questa nuova avventura. Naso tappato e cerchio alla testa. Va bene, va bene.

Sono in giro da abbastanza tempo per sapere che la cosa che più conta è godersi ogni momento di ogni concerto – il suono, il check, una birra sdraiato sul palco mentre sistemo le regolazioni dei pedali, i sorrisi e le facce.

Questo tour si presenta come un mio personale best of delle mie canzoni: ho scelto esclusivamente quelle che mi diverto di più a suonare e a cantare – divertimento inteso in senso lato, ovviamente. Ci saranno canzoni da tutti i miei dischi, compreso un sacco di materiale nuovo, oltre ai brani che compongono il nuovo ep, fresco fresco di stampa.

Non ci saranno chitarre elettriche in questo tour. Sto giocando con questo nuovo suono, molto roots, che vuole anche essere una sorta di tributo ai Grant Lee Buffalo, uno dei gruppi che amo di più in assoluto. E poi mi piace molto l’idea di tornare ai basics, così come ho fatto per la scrittura dei nuovi brani: strutture scarne ed essenziali, e di conseguenza un suono scabro e privo di orpelli. La mia personale idea di folk di inizio secolo.

Come in ogni primo concerto di un tour, domani sera probabilmente ci sarà qualche sbavatura, qualche dettaglio non messo a fuoco perfettamente. E ci sarà anche un sacco di eccitazione e un po’ di paura – ho dovuto ristudiare gli accordi di un paio di vecchie canzoni, e spero di azzeccarli tutti domani. Questa cosa mi fa ridere. Se non li so io, chi mai dovrebbe saperli…

Domani vedremo.

 

qui una recensione del concerto