Diario del tour #8: Roma

Dopo una lunga nottata beneventana di birrette e panini, il mattino è libero: abbiamo appuntamento al furgone per le 13.00.

Io mi sveglio alle 11 dopo un sonno mediamente ristoratore, mi infilo i primi vestiti che trovo e mi dirigo al bar più vicino. Con me c’è Leslie, ma me ne accorgerò non meno di mezz’ora dopo.

Il piazzale prospiciente al campanile è occupato da una manifestazione della polizia. C’è una fanfara registrata (con tanto di applausi finti), una sfilza di agenti che si riparano nell’unico angolo di ombra della piazza – e mi sembra subito di essere catapultato nel messico rivoluzionario di Zapata, con i soldati controrivoluzionari che si riparano dal solleone sotto gli spalti del forte – e una Lamborghini in forze alla Polizia di stato. Sì, avete capito bene. Una Lamborghini.

Ordiniamo un caffè americano, un bicchiere d’acqua naturale e un espresso. Ci portano le ordinazioni e il cameriere mi sussurra all’orecchio, con fare circospetto: 8,90 euro. Gli rispondo di portarmi lo scontrino, prima di tutto, e poi il menù, in modo da poter verificare il prezzo delle consumazioni al tavolo. Lui torna dopo un po’, con lo scontrino – il numero 1 della giornata, alle ore 11:48 nel caffè centrale del centro storico di benevento… – ma mi dice che il menù non c’è, che lui non ha responsabilità in quanto garzone, eccetera eccetera. Va bene, gli dico, va bene – e con questo intendevo significare: fanculo, poi ci lamentiamo che il paese è allo sfacelo.

Ci godiamo le nostre consumazioni, con un occhio ai quotidiani e un altro alla Lamborghini, peraltro immobile. Dopo una mezz’oretta, come fantasmi fanno la loro comparsa Bonfo e Faz. Mentre si accomodano, io mi ritiro nei nostri appartamenti per una doccia. Dopo circa un’ora siamo nuovamente sul furgone, destinazione Roma.

Riprendiamo la perigliosa Benevento-Caianiello, stavolta in direzione [ostinata e] contraria, e dopo pochi chilometri siamo presi dai morsi della fame. Ma la fortuna del viandante è con noi: dopo neanche 15 chilometri, preannunciato da un tripudio di bandiere del Napoli, si materializza ai nostri occhi un super baracchino, piazzato tatticamente oltre il guard-rail nei pressi di una piazzuola di sosta. Subito ci appare chiaro che si tratta indubbiamente del nostro posto. Accostiamo – è Leslie alla guida, che ci condurrà fino al Contestaccio –, scendiamo dal mezzo e restiamo attoniti come bambini di fronte alla vetrina di un negozio di caramelle a rimirare la colesterosa vetrinetta del paninaro. Sul bancone fa splendida mostra di sé una porchetta gigante. Ora, io non amo la porchetta, tuttavia non sono un uomo che si tira indietro di fronte al pericolo. Vieppiù, il mio occhio casca bellamente su un vassoietto di zucchine alla scapece, così che prima ancora di riuscire a formulare una frase completa nel cervello mi sento pronunciare queste parole: “Per me porchetta e zucchine”.

“Azz…”, mi riponde il buon uomo… “Ma voi non siete del nord,” mi dice. Aveva intuito il mio accento ahimè nordico, ma la mia scelta delle zucchine alla scapece gli aveva fatto riconoscere in me un uomo del sud. È un attimo, che dura un’infinità di tempo: mi immagino di prenderlo sottobraccio e di ballare con lui una tarantella mentre alle nostre spalle scorrono inarrestabili sfilze di tir rumorosi e fracassoni, sogno di abbracciarlo in un’immaginetta con tanto di sfondo del vesuvio e di pino marittimo di Posillipo, e ancora, sogno di fare l’assist partita a Careca contro il Milan di Sacchi…

Un paio di minuti dopo riprendo conoscenza. Sono seduto a un tavolino riparato da un ombrellone nella campagna accanto al baracchino. Bonfo ha fatto la mia stessa scelta – bravo. Leslie ha optato per wurstel e non so che altro (non commento) e Faz ha preso sì la porchetta ma affogandola nella maionese (e anche qui mi astengo dal commentare).

“Vedrete, questo è un panino che sazia ma non appesantisce…” Così ci aveva detto il buon uomo. Fatto sta che, a pochi chilometri da Roma, cominciamo a vedere tutti i Santi assortiti aggrappati alle indicazioni autostradali. Stabiliamo così unanimemente che è ora di fare una pausa caffè. Sembra che la tratta Benevento Roma, che avrebbe dovuto essere la più facile, stia diventando la più perigliosa.

Dopo la pausa all’autogrill, giungiamo all’ostello del foro italico, la nostra fantasmagorica sistemazione per la notte. Ma ormai siamo in città, così il morale è alto e arriviamo al Contestaccio in anticipo; decidiamo quindi di fare una passeggiata nel quartiere. Dopo un paio di tentativi a vuoto, imbocchiamo una strada che ci conduce in un luogo non dico animato, ma perlomeno impreziosito dalla presenza di alcune persone. Siamo in Piazza Ostiense. Ci beviamo una birretta fresca in tutta tranquillità e dopo ci dirigiamo al locale per il sound-check. Il posto è molto bello, ottimo impianto e fonico di livello. Sul palco si sente molto bene, il check è veloce. Mentre attendiamo la cena mi addormento su una sedia in giardino – capita anche questo quando ci si ostina a voler fare il rock’n’roll ben oltre i 23 anni.

Il Contestaccio ha la cucina interna: scegliamo la pasta alla gricia, un must capitolino, accompagnata da un paio di bottiglie di falangina. La pasta è ottima: avevamo chiesto le mezze maniche ma ci portano gli spaghetti. Il cuoco in persona – personaggio mitologico sulla sessantina che in tre minuti ci fa tutta la storia della gricia – viene al tavolo per dirci che no, non ci vanno le mezze maniche ma gli spaghetti. Non sono convintissimo, ma la pasta è talmente buona che va benissimo così (amici romani, illuminateci sulla questione, grazie).

Poco dopo la mezzanotte si sale sul palco, per quello che sarà il miglior concerto di tutto il tour – almeno finora. Quando chiudiamo il set sono quasi le due e dopo aver cazzeggiato un po’ per il locale ci dirigiamo al foro italico per la notte.

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