Un paio di cose sul Primo Maggio di Neverland al Bloom

C’è un periodo della vita, che grosso modo corrisponde all’adolescenza, in cui sei talmente impregnato della tua personale teenage angst che sei sempre scontento di ogni cosa e manderesti a fare in culo anche lo sconosciuto che siede accanto a te al bancone del bar sotto casa che ti offre una birra solo perché la tua maglietta – per qualche motivo – gli ricorda la sua prima fidanzata. Dopo quegli anni tragici arriva invece un periodo di grandi rflessioni, grazie alle quali pensi che in realtà ogni cosa sia meravigliosa e che l’unico problema risieda in te stesso, che non sei in grado di apprezzare la magnificenza dell’esistenza. Poi, fortunatamente, finisce anche quel periodo, che potremmo definire, in maniera generalista, democristiano. Quello che segue – io ci sono nel mezzo, e non sembra affatto male – è l’età in cui, con un certo distacco, riesci a giudicare le cose del mondo come se non ti riguardassero, quindi in maniera più oggettiva. Negli anni hai sperimentato gli alti e bassi che può riservarti la vita, e questo ti permette di essere più consapevole riguardo agli accadimenti – ordinari o straordinari che siano.

Qualche giorno fa ho avuto l’onore e la gioia di partecipare al festival del Primo Maggio organizzato da Neverland al Bloom di Mezzago. È stata una bella giornata, per diversi motivi. Ve ne propongo un succinto elenco:

–       c’era così tanta gente che in serata hanno dovuto chiudere gli ingressi. Questo mi fa felice, non tanto per motivi strettamente commerciali – che tuttavia non sono secondari: una manifestazione di successo ha più possibilità di esser replicata rispetto a un fiasco – quanto per il fatto di essere riusciti a coinvolgere un gran numero di persone. In un momento storico in cui sembra che la lega sia l’unica organizzazione radicata sul territorio, i mille paganti di Neverland accendono in me un piccolo barlume di speranza.

–       L’organizzazione. Come quando, da piccolo, mio padre mi portava alle feste dell’Unità – si, vabbè, che palle ‘sti comunisti – la maggior parte dei servizi del backstage e delle cucine sono stati assicurati da volontari: sì, avete capito bene, v-o-l-o-n-t-a-r-i, un termine che potrebbe essere tradotto con: gente che si fa il culo non per i soldi ma perché crede nel progetto.

–       La gioia di rivedere, seppur per qualche breve minuto, taluni amici sparsi per la penisola.

–       Riguardo al mio set. Come diceva uno dei miei numi tutelari, Raymond Carver, nel mio percorso artistico cerco di non usare mai trucchi: quello che vedi – e quello che senti – è quello che è. La soddisfazione di vedere negli ultimi anni un numero sempre crescente di persone che entrano in sintonia con il mio lavoro è per me una grande soddisfazione. Grazie.

Detto questo, mentirei se non vi dicessi che il tasso di spocchia tra il personale artistico era molto elevato, e che molti di questi ancora ragionano per consorterie, amicizie, conoscenze et similia – e, fortuna loro, continueranno a farlo. Da ragazzino passavo le estati a Salerno, a casa di mia nonna. Capitava che lei mi mandasse al mercato a comprare qualcosa; in quei casi si raccomandava: vai al terzo banco sulla sinistra dopo l’ufficio postale e di’ al ragazzo che appartieni a Flora Santamaria. Proprio così, appartieni a Flora Santamaria (mi spiace tirare in ballo mia nonna in queste scaramucce, una delle donne che più ho amato in vita mia, ma il paragone è assolutamente calzante). Ecco. Oggi, in quella oscena cloaca che è la Scena Indipendente Italiana, se non hai un Picone che ti manda non puoi aspirare a nessuna credibilità. Detto questo, la mia serenità risiede nel fatto che ho scelto di fare il musicista proprio per non dover essere mandato da nessun Picone.

Un’ultima cosa, giusto per la completezza dell’informazione. Io e Alessandro Giovanniello – il patron di Neverland e di Rock Island, più noto come Alez – siamo amici. Quella che era una semplice conoscenza, negli anni si è sviluppata fino a diventare un rapporto personale. Lui è l’unico addetto ai lavori con cui ho un rapporto intimo. Ciò detto, sono assolutamente sicuro che il giorno in cui i miei dischi smetteranno di piacergli, lui smetterà di invitarmi alle manifestazioni che organizza. E rimarremmo amici.

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