Amen e vaffanculo

La Milano-laghi oggi era bellissima. La striscia d’asfalto coperta in entrambe le direzioni di lamiere ferme e luci rosse e gialle, i campi intorno fissi in una coltre bianca. Il cielo rosso nei pochi punti sgombri dalle nuvole spesse a nord-ovest.

Fermo in coda misuravo la distanza che mi rimaneva fino a Gallarate.

In tv su raitre c’è un concerto di musica classica. Ho tolto il volume durante l’unico tg superstite di raitre, quello della mezzanotte. Non ho spento. Spegnere sarebbe stata una decisione definitiva, mentre io sono per lasciarmi sempre una porta aperta, una via di fuga, una possibilità per cambiare idea, se necessario.

Poi la coda come d’incanto (sempre così) sì è sciolta e son potuto arrivare là dove dovevo andare. E dovevo andare a Gallarate, dove c’è un negozio di strumenti che dispone di tutte le chitarre acustiche Gibson attualmente sul mercato – per inciso, a Milano un negozio così non c’è. La grande città. La metropoli. Cialtroni.

Parcheggio, compro un gratta e sosta, lo posiziono all’interno dell’abitacolo e mi incammino verso il negozio (piccolo excursus: tabaccaio che mi hai venduto il gratta e sosta, sei una delle persone più maleducate e più scostanti con cui abbia mai avuto a che fare. Ti auguro di continuare la tua misera vita su questa strada di grettezza, te lo meriti. E non scoprirai mai cosa ti sei perso. E poi morirai. Amen e vaffanculo.)

Entro nel negozio, dico che ero quello che aveva chiamato un paio d’ore prima e il ragazzo mi conduce nella stanza dedicata alle acustiche. Sulla parete di destra c’è praticamente tutta la produzione Gibson attuale in fatto di acustiche. Gli dico che vengo da Milano, mi dice che siamo in tanti ad andare da lui. Dice anche che non si spiega come mai a Milano non ci sia neanche un negozio che si occupi per bene di Gibson. Non rispondo per non finire a dire sempre le solite cose.

Inizia a illustrarmi le differenti faccende. Decido di provare tre chitarre, il modello Woody Guthrie, una Aaron Lewis signature e una j-45 custom. Grande emozione. Abbranco la WG. È secca e aspra come il viso dell’uomo rimandato dalle foto arrivate fino a oggi. Immagino che sia buona per suonare su carri bestiame e ad assemblee parasindacali improvvisate mentre il vento delle Rocky Mountains ti sferza la faccia con le sue attenzioni. Anche se nel nostro paese sarebbe il periodo adatto (prima o poi mi vedrete in concerto con una scritta sulla chitarra: ‘this machine kills fascists’), realizzo subito che non è adatta ai poveri impianti dei malmessi circoli arci dello stivale. Provo le altre due. La Aaron Lewis ha un manico che è una favola, ha un suono definitivo ma sembra un po’ sbilanciata sui medio alti. La j-45 mi fa sentire subito a mio agio. Ha bassi robusti e medi pieni con alti aperti e squillanti. Da qui in poi comincia una quasi infinita serie di prove incrociate tra queste ultime due. Suono tutti i blues che conosco, tutte le mie canzoni, gran parte del repertorio della sacra triade (Springsteen, Dylan, Young), provo due accordature aperte diverse sulle due chitarre – per la disperazione del ragazzo che è ormai prossimo al suicidio – e per finire canto anche qualcosa: il modo in cui la voce si mischia al suono della chitarra non è un fattore secondario per un cantautore. Poi decido che devo decidere senza aver deciso. Prendo la j-45.

Su raitre continua il concerto silenzioso dell’orchestra. Io ho in cuffia i Low Anthem, come quasi sempre quando mi metto a scrivere qualcosa.

Il ritorno verso casa è penoso come quello di un bambino che ha un sacchetto pieno di caramelle ma ha lasciato i denti sul comodino. La coda sembra infinita. La musica ha molto a che fare con la fanciullezza. Con i sogni. Con l’ingenuità del bimbetto che non vuoi lasciare andare. Con le smorfie fatte allo specchio mentre ti lavi i denti al mattino per scacciare i cattivi pensieri. Le mie chitarre sono i miei calzoni corti, il pianoforte una giostra e le canzoni la possibilità di inventare un mondo in cui le cose importanti sono importanti e le stronzate sono stronzate. Il sol maggiore è il leccalecca rosso con le strisce bianche concentriche, il re le caramelle gommose coca cola, il si minore la maestra che ti dice di aprire il sussidiario e il fa il bacio della buonanotte di tua madre. L’accordatura aperta è tuo padre – non si sa mai dove si va a parare. Lo slide sono le fidanzatine delle elementari (alle quali non ti sei mai dichiarato).

Si avvicina la fine del 2010. Un anno importante e schifoso. Schifoso sicuramente, importante lo dico sulla fiducia (non quella fiducia). Affronteremo la mediocrità come al solito: chi avrà vinto lo stabilirà qualcuno quando ormai saremo finalmente ridotti a cenere silenziosa e il misero spettacolo di questi anni non sarà altro che un nulla nell’infinito divenire del silenzio che ci abbraccerà. Chissà se nel great void ci sono delle Gibson acustiche…

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Un pensiero su “Amen e vaffanculo

  1. sei sempre un piacere da leggere, con la leggerezza che dovrebbe sempre contradditinguere una lettura, e che, bada bene, non vuole dire pochezza di concetti, ma comprensione, condivisione, magari insaporita da emozioni ben suscitate! BRAVO, CANTANTE! ma più che altro: BRAVO, UOMO! p.s. povero tabaccaio, vai a capire che ‘uai aveva! almeno da te c’è neve…qui piove gelato (stracciatella e cioccolato!)

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