Murale per Joe Strummer, NYC, USA

Lettera a Joe Strummer

Caro Joe,

oggi sono otto anni che te ne sei andato e io sento il bisogno di scriverti. E lo faccio come se scrivessi a uno di quegli amici che sanno tutto di te e sanno sempre darti il consiglio giusto al momento giusto. Uno di quegli amici che si prendono le tue lacrime sulla loro spalla senza farti sentire in imbarazzo. Ti scrivo perché anche se sono ateo e temo che dopo la morte non ci sia proprio un bel cazzo di niente, sento in qualche modo che la tua intelligenza e la tua sensibilità sono ancora là fuori, da qualche parte, magari davanti a un fuoco acceso tra le montagne o su un binario morto della metropolitana.

Caro Joe, ti scrivo perché ho bisogno di una tua parola, di un tuo consiglio. La situazione quaggiù si è fatta veramente difficile. Sembra che siamo tutti in guerra uno contro l’altro e non c’è modo di unirsi per cercare di prendere in mano il nostro destino. E sembra che non c’è modo di riuscire a parlare di cose importanti, come facevi tu. A volte mi sento un vecchio trombone, anche se ho solo 36 anni – nel medioevo molto probabilmente a 36 anni eri già morto ma oggi sembra che a 36 anni sei ancora incredibilmente giovane. Almeno questo è quello che dicono la tv e i giornali. Ma tutti sappiamo bene – a parte le 36enni che si ritoccano il trucco in metropolitana con le tette strizzate in un wonderbra che di meraviglioso non ha un bel cazzo di niente – che non è vero.

Sono un songwriter – e uso una parola della tua lingua perché il corrispettivo nella mia lingua non indica esattamento quello che sono. Sono uno da tre accordi e un sacco di cose da dire. Sono uno a cui la musica pop (sono sicuro che tu capisci bene l’accezione del termine pop a cui alludo) ha cambiato la vita. Mi ha dato una ragione, un motivo per non arrendermi. Senza metterla giù dura, nel mio quartiere quando ero un ragazzino due tizi che conoscevo sono morti per overdose. La fine degli anni ottanta qui a Milano è stato un periodo terribile. Uno lo hanno trovato al parchetto di via Montegani con la siringa ancora infilata nel braccio. La roba era tagliata con della merda talmente schifosa che è morto ancora prima di riuscire a iniettarsela tutta in vena. Si chiamava Giorgio. Aveva i capelli neri ed era molto alto. Uno che incuteva timore soltanto a vederlo entrare dalla porta. Chi ha visto il cadavere dice che la siringa era per metà piena del sangue che era tornato indietro dalla vena e per metà del liquido lattiginoso che ne aveva causato la morte. Alcuni anni dopo, nell’edificio fatiscente delle scuole elementari che si affacciano proprio su quel parchetto, ho seguito un corso comunale di teoria musicale, e ho sempre pensato che tra il cadavere di Giorgio su quella panchina e il mio pentagramma poggiato sul banco nell’aula al terzo piano ci fosse una strettissima correlazione. Scrivevo le note sui righi e negli spazi, apprendevo i basics e pensavo alla vita che lui non avrebbe vissuto. Che non ha vissuto. Dopo un anno lasciai il corso, deciso a fare di testa mia – come sempre.

Io son riuscito a tenermi fuori dalla merda solo perché ho imparato a suonare la chitarra. Avevo intravisto qualcosa. Stavo chiuso in camera per ore e ore a tentare di accordarla in maniera decente. In quelle sei corde c’era – e c’è ancora – tutto quello che un povero, misero, disperato essere umano con la giusta sensibilità potesse trovare. Per questo e per molto altro sembra che la cosa più importante della mia vita sia quella di prendere la mia chitarra o sedermi al piano e trovare un paio di accordi giusti per raccontare una storia che secondo me vale la pena di essere raccontata. Alienazione, disillusione, disoccupazione, una ragazza che ti lascia, il capo che ti fa il culo, la paura della morte o della vita, i nuovi fascisti che picchiano sulla tua porta o tuo padre che non ti ha mai amato abbastanza. Questa è la materia di cui mi occupo. Ma ultimamente mi sento molto solo. Sembra che parlare di queste cose oggi non abbia più senso. Sembra che il livello si sia improvvisamente abbassato proprio quando la realtà affonda i suoi canini nei nostri fianchi con sempre maggior livore. Forse è solo cambiato tutto. Eppure c’è qualcosa che non mi torna. Sembra che oggi sia necessario ridere di ogni cosa – vedo ragazzi disperati dimenarsi ai concerti di gruppi che ridono della loro disperazione. Sono molto confuso. Io dico che non c’è proprio un cazzo da ridere né della disperazione e tantomeno dello schifo che ci circonda. Sono molto frustrato. E soprattutto, sembra che il tuo augurio sia diventato una terrificante profezia: without people you are nothing – senza la gente non sei nessuno.

Caro Joe, è quasi la fine dell’anno qui a Milano. Io mi sbronzo una sera sì e l’altra pure, e passo le notti e i pomeriggi a scrivere. Ma sembra che proprio non ci sia modo per dare un segnale né per dare un senso alla propria vita o al proprio lavoro. Sembra che la gente là fuori sia scomparsa o abbia soltanto voglia di pisciare sopra anche a quel poco di buono che c’è rimasto. Caro Joe, spero che dove sei tu – se davvero sei da una qualsiasi parte – le cose vadano meglio. Butta giù una parola, ne abbiamo bisogno. Io in particolare.

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