Le date all’estero dei Junkyards: un tour report (parte prima)

Cari amici e fan dei Junkyards di tutto il globo e oltre

Ciò che vi accingete a leggere è un tentativo di ricostruire ciò che è accaduto durante i recenti concerti all’estero dei Junkyards: tale tentativo è ovviamente destinato a fallire poiché nessuno sa cosa sia accaduto davvero.

Berlino e il mistero dell’esistenza

Fatte le valigie e caricata la macchina, eccoci sull’Autobahn diretti verso il nord della Germania. Le prime due ore di viaggio sono andate piuttosto bene. Poi abbiamo cominciato a pensare di tornare indietro. Tornare a casa. Buttare le nostre terga sul divano e farci rincoglionire dalla televisione. Ma non l’abbiamo fatto, fortunatamente. A mezzanotte entriamo nella ex Berlino est. Abbiamo sopportato la radio fm tedesca per l’ultima parte del viaggio – il picco massimo è stato una cover in tedesco di Pretty woman di Roy Orbison, assolutamente incredibile. Abbiamo passato la nostra prima notte in città impegnandoci a conoscere le diverse birre locali – tutte molto buone e incredibilmente economiche e abbiamo anche avuto la possibilità di assaggiare un’ottima kartoffeln salad (squisita, ma da evitare alle 3,45 del mattino).

Il giorno dopo abbiamo fatto i turisti – sono passati dieci anni dalla mia ultima visita in città: Alexanderplatz, Unter Den Linden ecc. Alle sei del pomeriggio eravamo al club. Arriviamo, bussiamo alla porta del locale ancora chiuso, un uomo esce: “Guardate, ora devo proprio andare, ho una cosa da fare. Sarò di ritorno in un paio d’ore.” “Possiamo mettere dentro gli strumenti?” “No”.

Quello era l’inizio di una serata piuttosto difficile. Va bene. Attendiamo in un piccolo bar dei dintorni. Poi l’uomo è tornato, scarichiamo gli strumenti e iniziamo il nostro sound check. Tutto è andato bene fino all’arrivo del barista australiano. Il barista australiano è un uomo con una montagna di problemi nella sua vita. E questo lo fa incazzare. Sempre. È sempre incazzato, anche quando non sembrano esserci motivi per incazzarsi. Così ha cominciato a creare problemi su ogni piccola cosa – il volume troppo alto, troppo forte, abbassate un po’, abbassate ancora un po’, riuscite a suonare più piano di così? – a un certo punto ho pensato che mi avrebbe anche detto che maglietta indossare per il concerto. In ogni modo, siamo italiani, sappiamo sempre come sistemare le cose, siamo abituati.

Arriva l’orario del concerto, noi suoniamo il nostro set e ogni cosa va bene. Di quando in quando il barista si affacciava nella sala del concerto e faceva segno di abbassare il volume, di suonare più piano. L’ultima volta che l’ha fatto ero nel mezzo del call&response con il pubblico su Junkyards of nonbelievers, così è stato facile per me rivoltare la situazione a mio vantaggio emulando i cantanti soul degli anni 50: “A little bit quieter now, a little bit louder now…”. La gente cantava e si divertiva e lui non si è più fatto vedere. Più tardi, verso la fine del set abbiamo suonato come al solito la nostra versione folky di Walk like an egyptian delle Bangles, e lì il nostro uomo si è arreso: è arrivato fin sotto il palco brandendo un oggetto imprecisato che suonava come una maracas e lo agitava a tempo con la canzone con un sorriso idiota stampato sulla sua faccia da idiota.

Così è andata. Poco più tardi ho avuto occasione di incontrare il barista fuori dai bagni degli uomini. Io sono uscito, lui mi ha guardato, mi ha poggiato una mano sulla spalla destra e mi ha detto: “Great show man”. Io gli ho sorriso e gli ho risposto a tono, sussurandogli gentilmente: “Figlio di puttana”. Qualche minuto più tardi i miei occhi si perdono nel blu scuro del cielo berlinese e mi interrogo sul mistero dell’esistenza.

Amburgo: ragazzini nel paese delle meraviglie

Il mattino dopo lasciamo Berlino. Siamo bloccati in un ingorgo autostradale: sembra che l’intera popolazione tedesca abbia deciso di dirigersi verso le coste del Mare del Nord per godere delle sue fredde e inospitali acque. In ogni modo, arriviamo ad Amburgo. Il cielo è nero e rovescia sulla città secchiate di pioggia. Parcheggiamo abbastanza vicino al club e attendiamo che la pioggia smetta. Dopo qualche minuto un tipo bussa al finestrino di Paolo. Paolo, che è una persona semplice e gentile, abbassa il finestrino per vedere cosa vuole. Il tipo è ubriaco fradicio. Ciononostante Paolo si prende qualche minuto per spiegarli che siamo una band italiana e che la sera avremmo suonato in un festival organizzato nel locale proprio dietro l’angolo. Io cerco di far notare a Paolo che il tipo sta evidentemente per vomitare – e che sarebbe una buona idea chiudere il finestrino per evitare il peggio. Finalmente Paolo chiude il finestrino soltanto un attimo prima che il tipo svenga sul cofano della nostra auto e poi scivoli lentamente sul marciapiede, dove termina la sua corsa. Nel frattempo ha smesso di piovere. Andiamo al club.

Il locale è piccolo ma estremamente fascinoso e gestito con grande cura. Il gestore è simpatico e amichevole e ci mette subito a nostro agio. Mancano ancora quattro ore prima del nostro set così decidiamo di fare un giro in città. Raggiungiamo il porto e ci uniamo ai locali che si stanno godendo il loro sabato pomeriggio. Dopo neanche mezz’ora ricomincia a piovere molto forte. Torniamo al club dove ci facciamo servire la cena e ascoltiamo i set degli altri artisti che suonano prima di noi. Alle dieci di sera siamo sul palco. Un pubblico splendido quello di Amburgo – ricordo che mentre attaccavamo la terza canzone in scaletta ho pensato ‘io in Italia non ci voglio più suonare…’ comunque, una gran bella serata, noi ci siamo divertiti molto e anche il pubblico. Quando ho ringraziato alla fine della serata è stato un momento molto particolare, difficile da spiegare ora, ma è stato un momento davvero molto intenso, e quella sensazione starà con me per molto tempo – avevo scritto quelle canzoni al tavolo della mia cucina, a Dicembre, e ora le stavo suonando così lontano da casa e quella gente sembrava cogliere ogni singola intenzione dietro ogni singola nota e parola. Felicità, punto.

Siamo rimasti nel club per un paio d’ore dopo il concerto, poi ci siamo spostati in albergo. Alle tre del mattino facciamo il nostro ingresso nella hall dell’Hotel Kogge. La hall è un bar. Con musica ad altissimo volume. Strapieno di gente che beve e fuma una cannetta dietro l’altra, come si capisce subito dall’aroma che impregna l’aria del locale. La ragazza ci conduce alle nostre stanze – che meriterebbero un intero racconto a sé stante – che sono separate dal bar da un solo, sottilissimo muro. “A che ora finisce la musica nel bar?” le chiedo. Lei sorride. Poi risponde: “Non prima delle 6. Ma troverete dei tappi per le orecchie nelle vostre stanze. Volete il welcome shot?” Welcome shot? “Certamente” rispondo. Qualche minuto dopo, Francesco, Paolo e io siamo al bancone del bar. Mi sporgo verso la ragazza e le chiedo: “Cosa possiamo avere come welcome shot?” “jack Daniel’s. Non c’è scelta”. “D’accordo”. Siamo rimasti al bar del Kogge per non ricordo esattamente quanto tempo, abbiamo firmato il guestbook, bevuto diversi welcome shots e poi siamo tornati alle nostre stanze, ci siamo infilati i tappi nelle orecchie e ci siamo addormentati beatamente come ragazzini nel paese delle meraviglie.

 

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