La normalità è un poncho messicano: contadini di Hokkaido e pescatori di astici del Maine

Piemonte, in una località segreta tra le colline

Ieri sera cercavo di scrutare il cielo nero sopra la mia testa, punteggiato da centinaia di pallini bianchi, con il cuore fermo ma le braccia che mulinavano in tutte le direzioni per scacciare queste troie di zanzare che ammazzano anche il momento più sublime.

In ogni modo, guardavo il cielo e mi chiedevo dove fossi finito in questi ultimi mesi. Ai piedi di un pino con rami maestosi, imperturbabile nella notte piemontese, le mie cure apparivano ancora più stupide e inutili di quanto non mi sembrino solitamente.

Perdonatemi questa poetica trita dell’uomo-di-città-a-contatto-con-la-natura, ma fortunatamente sono anni ormai che ho smesso di cercare di apparire più figo di quanto sono in realtà.

Tornando alla domanda – Dove sei stato Fabrizio in questi ultimi mesi? – l’unica risposta possibile è: da nessuna parte. Cioè, da nessuna parte in modo specifico. In molti luoghi diversi, ognuno dei quali aveva qualcosa in comune con quello che l’aveva preceduto e con quello che l’avrebbe seguito. Dentro di me, con l’unico ausilio di una torcia, mi sono azzardato a esplorare luoghi paurosi e incongrui, spostando tutto quello che c’era da spostare per vedere cosa si nascondesse sotto. Sono riemerso impolverato e pieno di ragnatele come Paperino quando va a cercare qualcosa in solaio – e come Paperino la mia ricerca non ha avuto esiti fruttuosi. In realtà non stavo cercando nulla in particolare – stavo solo facendo un giro per andare a vedere cosa si celasse là in fondo. Ora ho un catalogo più o meno attendibile di sentimenti e paure che testimoniano abbastanza da vicino cosa sono.

Qualche ora prima, seduto su quella che appare una sedia da regista (domani ci scrivo le mie iniziali con un pennarello, ovviamente ripetendo due volte la f), sorseggiavo un pastis scrutando il tramonto violaceo. Ormai sono talmente pronto a dubitare della sincerità di ogni mio minimo slancio che scrivendo questo fatto del pastis mi faccio un po’ ridere da solo, con quell’aria da intellettuale parigino di inizio secolo che indosso ogni volta che bevo un pastis. Comunque, chi se ne frega, sorseggiavo un pastis e guardavo il tramonto, un bel tramonto. Un fatto del tutto normale. C’è chi dice che la normalità uccide, e per alcuni versi questa affermazione può essere condivisibile – sempre a fatto di trovare una definizione della normalità che possa essere condivisa da più persone. Capita però che, per brevi istanti, tutto sembra sospeso e la possibilità di godere di questi fugaci momenti di pace che la vita ti getta addosso in maniera assolutamente casuale incarni ai miei occhi il concetto di normalità. Dovrebbe essere cioè normale riuscire a gustarsi un pastis seduti in un bel giardino odoroso su una sedia da regista al cospetto di un bel tramonto. Quando accade, abbraccio questa benedetta normalità, che mi si riversa addosso come un poncho da messicano addormentato sul bordo della strada e lascio che mi copra per qualche minuto, prima che svanisca misteriosamente così com’era arrivata.

Come si può vivere così? La parola così in realtà non vuol dire niente, potremmo tranquillamente eliminarla e lasciare soltanto: Come si può vivere? Questa è la domanda più adatta, l’unica domanda possibile. Come si fa a vivere quando il poncho messicano della normalità si ritira dopo essere apparso per qualche minuto? Come si attraversa il deserto fino al poncho successivo? Come si fa a essere sicuri che arriverà un altro poncho?

Il giorno prima avevo imparato una lezione fondamentale: non si fa jogging in una località collinare. Adesso lo so, quindi concentro la mia attività fisica nel nuoto o andando in paese a piedi tutte le mattine per comprare il giornale, il pane e le sigarette – un pacchetto alla volta, per esser sicuro di doverci tornare il giorno successivo.

Poi ho imparato anche che quando sei molto stanco puoi dormire per diverse ore di fila e che anche se sei molto stanco basta una sola dannata mosca a farti imbestialire – che cazzo vuoi da me? Ti sembro forse una montagna di concime? Forse emano il medesimo odore di una boassa di vacca? Non vedi che sono un essere umano sdraiato su un letto?

Fare a pugni con la noia. Sentire dentro la voglia di fare qualcosa che non sia leggere, camminare, stare sdraiato, vedere se i fichi sono maturi, controllare che le vespe non si avvicinino a meno di tre metri di distanza, affettare le melanzane e stappare una bottiglia di vino. Cullare quella voglia di esprimersi come un bimbetto in fasce che non sa ancora parlare, vederla crescere fino a quando ti inchioda al tavolo mentre in realtà stavi andando a fare una doccia. Così la noia delle attività non espressive viene sostituita dalla noia delle attività espressive, in un continuum di insoddisfazione che mi sembra ormai chiaro costituisca la summa dell’esperienza umana. Ho sempre voglia di essere in un altro posto, di fare altre cose, di essere diverso o di essere più uguale, di essere meno io, di non essere più io, di riconquistare ciò che ho perso, di commiserarmi per la voglia di riconquistare ciò che ho perso, di commiserarmi e basta…

Tuttavia ora, invece di sentirmi triste per il fatto di non essere un contadino di Hokkaido (la vita sana, sveglia presto al mattino, i colori dell’alba, gli odori della campagna, una vita di estrema dignità) o un pescatore di astici del Maine (la camicia a scacchi prima di tutto ovviamente, poi il caffè al diner della baia, l’uscita in mare prima delle luci dell’alba, tenere i comandi con una mano mentre con l’altra mi scosto il berretto da camionista per grattarmi la fronte) andrò a vedere se c’è qualche fico maturo da cogliere per la cena di stasera.

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