Diario del Tour: Messina, 3/2

Rocambolesca sistemazione della chitarra in un posto vuoto nella mia stessa fila con scambio di sedili e allacciamento safety belt grazie a prolunga adatta all’uopo. Il mio vicino di posto mi chiede se per caso sono un musicista. Gli spiego con la brevità che mi contraddistingue. Inizia a chiedermi se conosco qualcuno di famoso. Mi guarda fisso con occhi spiritati e snocciola uno dopo l’altro i nomi dei suoi artisti preferiti a distanza di circa un minuto uno dall’altro. “Vasco? Morgan? Ligabue?” Ha appena terminato un contratto di 3 mesi a Piacenza. È contento di aver finito perché quello non era il suo lavoro. Lui è geologo ma lì di Geologia poco e un cazzo. Quando inizia a raccontarmi le sue beghe personali (ha un figlio a Roma, la madre è avvocato e lo ha massacrato con gli alimenti) gli dico che vorrei dormire che la notte precedente non ho chiuso occhio. Si accheta per un attimo poi out of the blue torna alla carica con: “E il grande Piero?” Io mi volto verso di lui, apro solo un occhio e faccio segno di no con la testa. Arrivo a Fontanarossa. L’autista del bus che porta alla stazione di Catania, da dove avrei preso il treno per Messina, mi convince a optare per il bus diretto che parte proprio dall’aereoporto. “Fai attenzione, prendi il diretto autostradale, altrimenti ci metti 2 ore.”

Ovviamente il primo che parte non è il diretto autostradale ma decido di prenderlo lo stesso per motivi paesaggistico-antropologici. Accanto a me cominciano a scorrere le prime case caratteristiche. Ci avviciniamo a una rotonda che si presenta come il riassunto di ogni possibile infrazione automobilistica. Guardo l’ora: quando ce la lasciamo alle spalle sono trascorsi 11 minuti. Ne seguiranno ahimè molte altre. “Se ero calabrese mi ero già ammazzato” dice un ragazzo seduto dietro di me.

Messina molto ventosa. Nuvole basse e viola attraversano di corsa lo Stretto lasciando intatta la città per perdersi verso i monti alle sue spalle. Il mare è bianco di spuma. Nella luce livida che piove dal cielo le belle costruzioni di fine Ottocento si ammantano di un’aura quasi mitteleuropea. Le luci gialle dei lampioni in ferro battuto si riverberano sulle finestre che si affacciano su balconcini anch’essi in ferro battuto. Salita al Monte di Pietà. Sulla strada, un frigorifero abbandonato lungo il marciapiede incredibilmente non toglie nulla all’atmosfera del luogo. Enrico mi conduce lungo infinite scalinate. I palazzi d’epoca sono interrotti qua e là da edifici moderni, brutti nella nettezza delle loro linee squadrate senza alcuna eleganza. La pavimentazione in pietra lavica riluce dell’umidità che preannuncia la pioggia in arrivo dalle nuvole basse. Saliamo ancora fino al Cristo Re, un punto panoramico da dove lo sguardo abbraccia tutta la città e la punta della Calabria così protesa che sembra sfiorare l’imboccatura del porto. Nonostante il vento ogni cosa appare immobile. Una maglietta gialla stesa ad asciugare su un balcone è tenuta immobile dal vento in posizione verticale – sembra la bandiera di un esercito che non ha mai sparato neanche un colpo.

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