Un esercizio di umiltà

I resti del centro di un paesino dell’800. Il cielo schiaccia ogni cosa. Poca ombra sui lati delle strade. Il vento caldo è incessante ma pur sempre fonte di sollievo. Ogni cosa appare immobile, congelata nella calura paradossale delle prime ore del pomeriggio. Un roseto sul bordo della strada. Un nespolo maestoso è cresciuto addossato alla facciata di una vecchia casa. Dal balcone del primo piano è sufficiente allungare una mano per cogliere i frutti di un arancione tagliente.

Il tempo diventa impercettibile. Prendo l’abitudine di smettere di guardare l’ora sul cellulare. Ogni cosa torna lentamente a essere ciò che è. Il mattino è mattino, la sete è sete, le gambe sono solo gambe.

La luce in questi posti ha una qualità inaspettata, risplende di una vaga nostalgia che si incolla a ogni angolo di strada, a ogni facciata di palazzo, a ogni lampione che getta un’esile ombra sulle pietre della strada. Un cane ogni tanto taglia con flemma umana la piazzetta della chiesa, sospesa e inerme sotto i colpi di un caldo soffocante reso appena più accettabile dal vento caldo e costante. L’unico metro di ombra della piazza è occupato da una fila di sedie, che vengono riempite una dopo l’altra dai vecchietti del paese a mano a mano che il pomeriggio sfiorisce e la sera si preannuncia odorosa di gelsomino.

Attraggo l’attenzione. Uno sconosciuto seduto in pieno sole che si rolla una sigaretta dopo l’altra scribacchiando chissà cosa su un’agendina dalla copertina nera non dev’essere una visione abituale da queste parti. Alle estreme propaggini dell’abitato un quartiere di case ottocentesche in abbandono, con i loro portoncini in legno, le facciate in pietra e i balconcini in ferro battuto.

Chiudo gli occhi. Mi godo il sole sulla pelle e sulla faccia. Il sole che invade di bianco gli occhi anche quando hai le palpebre abbassate. Le 16:30 – un solo rintocco di campana. Accettare finalmente che la vita è più importante di ciò che se ne può scrivere. Un esercizio di umiltà.

Oltre il muretto a secco i peri incorniciano i campi gialli. Colline come montagne russe, i colori ti entrano direttamente negli occhi. Una selva senza senso di pale eoliche deturpa orribilmente il paesaggio ma io mi sforzo di non vederle – ciò che non vedi magari non esiste. Era da tanto tempo che non vedevo il vento agitare le distese di grano che si muovono come le praterie di poseidonia sui fondali marini. Un movimento elegante, sinuoso, perfetto che non perde nulla della sua grazia pur procedendo a scatti, con quel mare giallo che cambia repentinamente direzione a ogni nuova folata. Un balletto. Un gioco. Una danza. Strada polverosa. Bisogna andare piano – ed è una fortuna.

Un vecchio al tavolo del bar dove mi sono rifugiato per evitare l’incipiente colpo di sole ha delle scarpe bellissime. Sembrano quelle che portavano i delegati della Prima Internazionale Comunista nella foto di gruppo in bianco e nero (ovviamente) che campeggiava sul manuale di Storia contemporanea all’università (Chittolini, se non sbaglio). Alte poco sopra la caviglia, dal taglio troppo elegante per essere scarpe da lavoro ma realizzate con cuoio troppo robusto per essere scarpe da sera.

I vecchi hanno delle belle facce. I giovani no. I vecchi portano capelli cortissimi al di sotto dei quali si affacciano visi rugosi e asciutti, dai lineamenti duri, con occhi arcigni ma non privi di una scheggia di dolcezza. I giovani hanno tagli all’ultima moda, facce grasse, guance cascanti e doppi menti. Dalle camicie slacciate dei vecchi si affacciano sterni sporgenti e costole affilate. Le loro braccia sono segnate da vene grosse e nodose. Nessun tentativo di analisi sociologica nelle righe qui sopra, nient’altro che quello che vedo, trascritto senza giudizio. Forse.

Uno dei vecchi sembra un messicano uscito da un western di Sergio Leone. Capelli bianchi corti, stempiato, così che l’attaccatura forma un cuneo sulla fronte. Occhi come due fessure. Naso aquilino. Baffi a manubrio, bianchi come i capelli. Incarnato olivastro. Quando sorride però il volto si trasfigura, si illumina di una contentezza di fanciullo che fa bene al cuore. Il suo sguardo si posa per un attimo su di me, come se potesse aver intuito che sto scrivendo di lui. Gli sorrido. Mi risponde con un cenno del capo.

 

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