Un marmocchietto di quattro anni, un trenino elettrico e De Gregori

Questa sera ero a cena da mia madre – poiché non tutti hanno avuto la fortuna di avere una madre meridionale, sento che sarebbe opportuno dilungarmi sul preciso senso gastronomico delle parole “cena a casa di mia madre”, ma poiché sono quasi le tre di notte, sono stanco ed è di altro che vorrei parlarvi, soprassiedo sulle alici fritte e tutto il resto (voi fidatevi).

Dicevo che questa sera ero a cena da mia madre, perché sapevo che ci sarebbe stato anche il mio adorato nipotino quattrenne, che non vedevo da inizio luglio perché da piccoli, solitamente, si fanno vacanze da nababbi, godendo senza remora alcuna dell’ospitalità di ogni parente seppur lontanissimo – questo, detto per dovere di cronaca, anche per il sollazzo dei genitori che, in questo modo, possono concedersi a loro volta un po’ di riposo (certo, tormentato dall’assenza del piccolo dittatore, ma pur sempre di riposo si tratta).

Comunque, quando arrivo nella magione materna – un appartamento in affitto dalle parti di via Meda –, trovo il marmocchietto riverso sul tappeto, intento a montare i binari del trenino. Entro, do un bacio a mia madre, poi cerco di salutarlo, ma lui è giustamente rapito dall’aggancio problematico di uno scambio, quindi non si cura tantissimo di me. Io incasso, apro il Mac e mi scarico la posta – a causa di un improvvido e maldestro tentativo di cambio di provider, del quale non sono responsabile, la casa in cui vivo è offline (orrore!) dalla fine di agosto, quindi porto sempre con me il portatile per sfruttare ogni barlume di connessione possibile (sentendomi sempre più cretino ogni giorno che passa, ma questo è un altro discorso).

Comunque, il marmocchietto è riverso su questi binari che, a quanto pare, non vogliono saperne di agganciarsi in maniera sufficientemente decente da far scorrere l’elettricità su tutto il percorso e permettere quindi al piccolo locomotore di muoversi – miracolo –, trainando il vagone ristorante e il vagone letto che sono attaccati al suo culo.

Io faccio finta di niente, mi scarico la posta ma un occhio è lì, su quei binari che non si agganciano, su quell’ovale che ovale non è, sulla manopola che dovrebbe dare la corrente alla linea ma che non sortisce alcun effetto. Dopo aver constatato che neanche per oggi nessuna grande etichetta discografica mi ha proposto un contratto, che nessun grande editore ha accettato di pubblicare il mio romanzo, che nessun promoter ha deciso di organizzarmi un tour – e che quindi il mondo scorre nel solito, abituale e rassicurante modo –, finalmente mi risolvo e intervengo per sistemare quell’ovale di binari che non funziona.

Un attimo dopo sono lì, in ginocchio sul tappeto a sistemare i binari. Ed è sufficiente un attimo per tornare con la mente a quel Natale di millenni fa, in cui sotto l’albero c’era una favolosa confezione del trenino Lima, regalata dai miei a me e a mio fratello grande – il piccolo era ancora troppo piccolo per giocare con il trenino – e mio fratello e io scartammo il pacco grossomodo nello stesso punto in cui sono inginocchiato adesso, con le ginocchia dei jeans coperte dalle toppe di finto camoscio che sfregavano sulle assi già allora consunte dello stesso parquet che in questo momento si trova ancora più consumato ma al sicuro sotto le spesse fibre dell’orrendo tappeto finto persiano con il quale mia madre – santa donna – ha cercato di dare un tono all’ambiente, senza – va da sé – riuscirci. Ma alle madri si perdona tutto – e questa è una cosa che scopri con l’età adulta: quando sei piccolo, pensi che siano le madri a dover perdonare tutto a te, poi, più vai avanti con gli anni, più ti rendi gradualmente conto che è vero piuttosto il contrario.

Tornato al presente con un nodo in gola che cerco di scacciare subitaneamente, prendo ad armeggiare, sbuffare e soprattutto lamentarmi della scarsa qualità di questi trenini moderni – lo faccio ad alta voce, in modo che mia madre, in cucina, possa sentire le mie lamentele (il trenino è un regalo suo). “Certo che i trenini Lima erano un’altra cosa… I binari si incastravano perfettamente… E anche questi vagoni… non sono rifiniti così bene. Non funzionerà mai…”

Ovviamente, dopo un paio di minuti tutto funziona – mi serve solo qualche istante per richiamare in me le mie abilità fanciullesche di piccolo costruttore. Ed eccolo lì, il trenino, che prende a girare. Con il suo vagone ristorante e il vagone letto. Eccolo che varca le Alpi, fuori c’è la neve. Ora è in Germania, diretto verso nord. Si vede il Mare del Nord. Ora piega verso San Pietroburgo, poi è in Siberia, la steppa, che freddo che fa, molto freddo. I vetri delle carrozze si appannano; all’interno, i passeggeri bevono tè fumante, stretti in cappotti dal collo di pelliccia. Io sono seduto in disparte e con una penna stilografica vergo il romanzo della mia vita (The Great Coppola Novel), alzando di tanto in tanto lo sguardo verso il vetro ghiacciato…

“Oh… Funziona!”

La voce del marmocchio mi riporta provvidenzialmente alla realtà. La rifuggo all’istante, perché le mie sinapsi mi fanno venire in mente la scena di Marrakech Express in cui devono finalmente montare la trivella e dopo che tutti i suoi amici sono intervenuti per dare una mano ai lavori, un recalcitrante Abatantuono si unisce al gruppo – e lo fa lamentandosi, che è ciò che ho appena fatto io con il trenino. Quindi torno al mio Mac, digito nella stringa di ricerca di youtube “Marrakech Express, Abatantuono, non è mica la maniera di lavorare” e clicco sul primo risultato.

Dopo qualche minuto, in cui rivedo tutta la mia vita – quel cazzo di film mi fa sempre lo stesso effetto – parte la colonna sonora, vale a dire La leva calcistica di De Gregori. Mentre sono lì, rapito da quella “nostalgia, nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi”, sento che c’è una vocina nella stanza che sta cantando la canzone. Mi giro verso il tappeto e mi rendo conto che la vocina che sta cantando La leva calcistica di De Gregori è proprio quella del marmocchietto, riverso sui binari, intento ad agganciare un altro vagone al già assortito convoglio. Resto lì in contemplazione per qualche istante. Sento la sua vocina ricalcare la melodia del Principe. Poi gli chiedo: “Ma la conosci la canzone?”
E lui, come se fosse la cosa più naturale del mondo, mi risponde: “Sì, è la mia canzone preferita” e si interrompe giusto in tempo per partire con il ritornello su Mino che non deve aver paura di sbagliare un calcio di rigore.

Tutto quello che succede dentro me negli istanti che seguono è così complicato da descrivere che non ci provo neanche. Voi sappiate solo che le alici fritte erano meravigliose.

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