Nonna Flora, il Natale e il bordo della sedia

Considerazioni a posteriori suscitate dall’aver ricevuto in regalo la trilogia di Fabio Montale di Jean-Claude Izzo (nessun nesso tra il regalo e tali considerazioni, ma il cervello umano è un mistero misterioso).

Quando finiva la cena della vigilia, o perlomeno veniva sospesa all’arrivo in tavola delle zeppole dolci – il che voleva dire che il più ormai era fatto –, iniziava il rito della consegna dei regali. A differenza di quanto accade nella maggior parte delle case italiane, la consegna dei regali di Natale in casa Coppola è sempre avvenuta seguendo un rito di chiara derivazione collettivistica e socialisteggiante. I doni erano tutti ammucchiati sotto l’albero, ognuno con la sua targhetta che indicava il mittente e il destinatario. Poi, a turno, si consegnavano e si aprivano i pacchetti uno alla volta, in modo che tutti vedessero chi aveva regalato cosa a chi. Dopo l’apertura si commentava, gli adulti bevevano un bicchierino di liquore, i bambini azzannavano un’altra zeppola o un fico secco farcito con noci o mandorle, e si proseguiva nel rito.
Mia nonna se ne stava rannicchiata sul bordo della sedia, quasi a voler testimoniare plasticamente una condizione esistenziale di perenne insicurezza e l’abitudine a farsi bastare meno del necessario (perché occupare tutta la seduta della sedia quando ne può bastare un angolino?). Quando arrivava il momento di aprire il suo regalo, lo scartava solitamente con una mano sola, controvoglia, a disagio e, prima ancora che il dono fosse del tutto visibile, smetteva di spacchettarlo, portava quella stessa mano davanti alla bocca – come a voler cercare di nascondere ciò che stava per dire – e invariabilmente, anno dopo anno, regalo dopo regalo, pronunciava la stessa frase: “Non mi piace.”
Forse perché non era necessario mostrarsi felici, forse perché non era abituata a tali delicatezze della vita (un regalo, figuriamoci!), forse perché non pensava di meritarselo. O forse, semplicemente, perché non ne azzeccavamo mai uno.
Mia nonna Flora è ciò che mi manca di più dei miei natali da bambino. Da molti anni nella custodia della mia chitarra acustica, insieme a un altro paio di feticci, conservo una sua forcina per capelli. Me la porto in giro con me. Tenere sempre a mente da dove si viene è ancora oggi il miglior modo per provare a capire dove si vuole – o dove si può – andare.

[Nella foto in alto, mia nonna è quella a destra, con lo sguardo in camera. La pupattola con il ciuffo roccocò è mia madre alla tenera età di 18 mesi, l’altra donna è una sorella di mia nonna, Maria. La foto è stata scattata a Salerno l’11 settembre del 1950.]

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