Una geografia sentimentale della mia nazione: Manuel Agnelli

L’altra sera, cazzeggiando in uno zapping assonnato e disinteressato, mi sono imbattuto in un programma su Rai5 in cui Carlo Massarini intervistava Federico Guglielmi e Manuel Agnelli.
Dopo poche parole, Agnelli ha preso la chitarra e ha attaccato Padania. E in un attimo mi è tornato tutto su.

Due ciminiere e un campo di neve fradicia

Qui è dove sono nato e dove morirò.

Come un groppo in gola che non sparisce mai, una fitta nello stomaco a cui cerchi di non pensare ma che non riesci a scacciare mai definitivamente. Quella strana malinconia di un autore di canzoni che ammette a se stesso di non essere mai stato in grado di scrivere con questa millimetrica precisione versi senza scampo che ti inchiodano a quello che sei, quello che solo tu sai di essere, nonostante i milioni di mascheramenti che nel corso di una vita del tutto normale ognuno di noi indossa.
E che uno scriva canzoni o no, è proprio questo che deve fare la grande musica, farti venire voglia di piangere e di ballare, di cercare subito un balcone per buttarti di sotto e cambiare immediatamente idea, o perlomeno di rimandare. Mi arrendo, mi arrendo, lo giuro.

Piangi fermo in tangenziale

Inseguivi una cazzata

Milano, Milano, Milano, un’ossessione continua, un ambiente claustrofobico negli anni Novanta, oggi quasi irriconoscibile (avevate mai visto, prima, dei milanesi felici?). Si annegava nella frustrazione, nel grigiore esistenziale di una città che non voleva essere città, di persone che non erano in grado di essere persone fino in fondo. Dicevi sempre “Sono di Milano” con una punta di orgoglio, certo, ma quell’orgoglio che nasce dall’idea di essere in grado di sopportare una maledizione, una condizione al tempo stessa fisica e spirituale che ti inchioda al muro e lì ti lascia, per tutta la notte, per tutta la vita.

C’è una strada in mezzo al niente piena e vuota della gente

E non porta fino a casa se non ci vai tu

Ecco, finalmente, una lacrima. Capite cosa voglio dire? Ho 41 anni, mi commuovo ascoltando una canzone pop – e ne ho viste abbastanza nella vita per avere un cuore indurito (niente di cui vantarsi, solo la verità). E invece no, questa roba arriva dritto lì, dove non vorrei, lì dove il mio fortino è sguarnito. Ed è una fortuna sapere che c’è qualcuno che scrive qualcosa che ogni volta ti trova nudo in mezzo al bosco, al freddo. Sono pochi quelli che ci riescono con me, si contano sulla dita di una mano e non starò qui a farne l’elenco. Non so, da qualche mese a questa parte ho iniziato a sentire il bisogno di ringraziare chi andava ringraziato, persone che conosco e che non conosco, e provare a ridare indietro un po’ di quello che tutti questi compagni di strada, conosciuti o no, hanno regalato a me e alla mia vita fino ad ora. E ho scoperto che è bello ringraziare. Liberatorio. Riconoscere i pezzi di altri che sono diventati parte di te. Finché non lo fai, questi pezzi rimangono come corpi estranei. Dopo, li puoi accogliere, inglobarli, l’immagine lentamente si compone, i contorni non sono più così sfuocati, e cominci ad assomigliare un po’ di più a quello che sei.

Torneremo a scorrere.

A me, di tutto il resto (le polemiche, le scazzottate sotto il palco, le arguzie dei poveri di spirito) non frega nulla. Agnelli è uno dei padri fondatori della mia casa, della mia repubblica e della mia idea di r’n’r.

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