Camminare come un uomo

L’altra sera ho finito di leggere Born to Run, l’autobiografia del Boss, uscita in Italia per Mondadori. Probabilmente per un dato anagrafico e biografico, la lettura mi ha appassionato maggiormente dalla metà del libro in poi, quando i nodi interiori del nostro vengono al pettine e fanno la loro comparsa gli psicanalisti. Non che la prima parte non sia stata di mio gradimento, intendiamoci: il racconto della vita del clan degli Springsteen, l’ordinarietà delle esistenze del New Jersey proletario degli anni Cinquanta, regolate da tradizioni e costumi invisibili e forse per questo ancora più potenti. Ma di quel periodo ‒ quello dei primi gruppi, della fama raggiunta come leader di una bar band e del conseguente benché zoppicante cammino verso il successo ‒ si sapeva molto. Tutto ciò che accade nella testa dell’uomo da Born in the USA in poi, invece, era solo oggetto di congetture, visibile solo in parte attraverso la musica che componeva, le tematiche che sceglieva, le ossessioni che decideva di mostrare.

Ormai lo sanno anche i sassi: la maggior parte degli artisti che hanno fatto la storia del r’n’r nel secolo scorso erano persone in fuga da qualcosa. Problemi familiari, povertà, ricerca di un riscatto sociale o soltanto raggiungimento di una posizione nel mondo che rendesse la vita accettabile. E come gli stessi sassi di prima sanno, molti grandi artisti ci hanno lasciato prematuramente, in maniera più o meno volontaria. In fuga da qualcosa, ottenevano il successo, e scoprivano solo allora di voler fuggire anche da quel luogo che immaginavano il fulcro della loro pace interiore. E allora fuggivano di nuovo: droga, alcool, un’autodistruzione più o meno breve, più o meno spettacolare.

Bruce Springsteen è invece uno di quelli che ha raggiunto un successo planetario, ma prima ancora di toccare la vetta già lo temeva, lo considerava pericoloso. Sapeva, perché lo aveva visto accadere ad alcuni dei suoi eroi (“Elvis has left the building”), che il successo poteva essere una trappola, una gabbia altrettanto potente di quella da cui voleva fuggire. Lasciare la vita provinciale e proletaria della sua famiglia per ritrovarsi rintanato in una magione milionaria con la sua faccia sulle copertine delle riviste, circondato da tutte le distrazioni che il denaro può comprare era per il nostro una possibilità troppo rischiosa. Ed ecco perché ha sempre cercato di mantenere i piedi ben saldi a terra e i pensieri immersi nelle sue ossessioni. A quanto pare, questa sorta di hippy del New Jersey in tutta la sua vita non si è fatto neanche una sola, innocua cannetta. Ha cominciato tardissimo con l’alcool (che non ha più abbandonato) e da un certo punto in poi ha iniziato a fare uso di psicofarmaci. Cannette a parte, si potrebbe dire lo stesso di me e di alcuni di voi (anche se magari i nostri psicanalisti costano meno dei suoi, immagino).

Nel libro scorre una traccia potente e onnipresente di disperazione, non saprei come altro definirla. Ed è per sfuggire a essa, per allentare il cappio della corda sempre tesa intorno al suo collo, che la sua attività è stata così monumentale, ossessiva, chiaramente patologica. I concerti vere e proprie maratone per raggiungere l’esaurimento fisico ogni sera, spegnere finalmente il cervello e dormire sereni. Le registrazioni in studio veri e propri drammi Shakesperiani (Foul is fair and fair is foul, e What is done cannot be undone ‒ anche se lo sport preferito del nostro era smontare dischi finiti e riprendere a scrivere, arrangiare registrare). Ricordo di aver visto su youtube una versione live di Tenth Avenue Freeze Out, credo che fosse il tour di Darkness: per tutta la canzone (nel senso di tutta) l’uomo salta come un ossesso su e giù dal palco e a un certo punto si piazza al centro dello stage e inizia ad agitare la testa a destra e a sinistra, una, dieci, cento volte di fila. Rimasi esterrefatto. Quell’uomo emanava sì una carica magnetica, rappresentava sì in quel momento tutta la forza e la volontà che un uomo può avere, era sì un vero e proprio prigioniero del r’n’r ma… era matto. Matto come un cavallo. Prigioniero di forze ben al di là del suo controllo. Era evidente.

Poco fa passeggiavo con mia figlia sui lastroni in pietra del piazzale di fronte alla chiesa che frequentavo da bambino, in attesa che arrivasse la mia quota di welfare state che la repubblica italiana concede a noi genitori (mia madre). Mentre passavo e ripassavo di fronte al portone, situato alla sommità di una scalinata fin troppo pretenziosa e chiusa da un’inferriata a perenne e muta testimonianza dell’apertura della chiesa cattolica, sperando che il dondolio ritmico assicurato dalle giunture sconnesse della pavimentazione spedisse la mia piccina nel mondo dei sogni, le campane hanno iniziato a rintoccare. E mi son venuti in mente questi versi, da Walk Like a Man:

By our Lady of the Roses, we lived in the shadow of the elms
I remember ma’ dragging me and my sister up the street to the church, whenever she heard those wedding bells

E poi subito dopo una foto del nostro in tenerissima età, con un meraviglioso taglio di capelli anni Cinquanta, uno di quelli che oggi costano 60 euro e un tempo erano appannaggio del proletariato. Ho pensato all’incredibile comunità di italiani e irlandesi che ha fatto da cornice all’infanzia del piccolo Frederick: uomini più veri del vero, lavoratori, poveri e meno poveri, schiacciati da frustrazioni e responsabilità, ognuno forse con un piccolo segreto da mantenere, un piccolo qualcosa che gli permetteva di andare avanti, perlomeno fino a quando riuscivano. E ho pensato che Springsteen avrebbe potuto cavarne fuori una maestosa Spoon River del XX secolo. Poi un attimo dopo mi sono detto che in realtà è ciò che ha fatto. Ha preso quel pugno di personaggi, ne ha isolato le caratteristiche comuni al resto dell’umanità e armato di questo patrimonio è riuscito a parlare a tutto il mondo, a gente che non condivideva nulla di quell’ambiente se non il fatto di appartenere al genere umano. Così è stato per me. E infinte volte mi sono chiesto come fosse possibile riuscire in una tale magia: parlare a un ragazzino di 15 anni di Milano raccontandogli storie ambientate nel New Jersey.

Negli ultimi capitoli del libro mi sembra che Bruce trovi finalmente la sua voce da scrittore. Quando il racconto entra nel tempo presente e si capisce che nasce da sensazioni subitanee, trascritte di getto poco dopo, se non durante, il loro accadimento. Negli ultimi due capitoli e nell’epilogo ho trovato la prosa che mi è piaciuta di più (parlo della traduzione italiana, quando avrò tempo lo leggerò anche in versione originale), forse quella più aderente all’uomo che è oggi.

[…] Il sole è calato, la serata è fresca. Fermo a un semaforo, chiudo la cerniera della giacca fino al collo e mi accorgo che il tacco dello stivale tocca il tubo di scappamento rovente del mio motore V2, lasciandoci attaccato un frammento di gomma dal quale si leva una spirale di fumo blu nella frizzante aria autunnale.

È da particolari come questo che in genere prendono vita le grandi opere d’arte. Dall’osservazione e dalla comprensione dell’importanza di minimi accadimenti che possono svelare un intero mondo, se si è in grado di farlo. Una spirale di fumo blu che si alza dal tubo di scappamento e sale fino a svanire nel cielo autunnale. Meraviglioso.

Bruce Springsteen, Born to Run, Mondadori Editore, trad. M. Piumini, 536 p., 23 euro.

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