Katana: leggi il primo capitolo

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1.

Quella sera ero stato di nuovo con una puttana. Mi aveva detto di reclinare il sedile, aveva preso un preservativo dalla borsetta e si era chinata su di me.
Fuori dal finestrino, il profilo della stazione di Porta Garibaldi svaniva dentro i miei occhi. Le scie luminose dei fari delle macchine si allungavano oltre il ponte fino a scomparire. Prima che me ne potessi accorgere, aveva aperto la portiera e se n’era andata. Io ero rimasto a fissare i cavi della filovia che si stendevano fino alla piazza.
La città puzzava di asfalto bagnato. Aveva smesso di piovere, le strade erano sospese in una luce flebile. Lungo la circonvallazione soltanto qualche macchina. Dietro le poche finestre illuminate non si muoveva neanche un’ombra. Scie di aeroplani tagliavano il cielo.
Un’ambulanza stava caricando un vecchio: sdraiato a terra, vomitava un liquido rosso che colava oltre il bordo del marciapiede e formava una piccola pozza sull’asfalto. Avevo superato l’incrocio e avevo parcheggiato dopo due isolati.
Entrato in casa, avevo cominciato a sentire una stretta alla gola e poi un dolore allo stomaco. Mi ero infilato sotto la doccia, ma l’acqua bollente non era stata d’aiuto. Mi ero asciugato, avevo preso la bottiglia del rum e mi ero seduto sul divano. Avevo bevuto un paio di bicchieri e mi ero sentito meglio. Ero andato a letto.
Non era passata. Respiravo a fatica. Le gambe erano rigide e tese, le braccia assalite da spasmi continui. Ero spaventato. Fissavo il soffitto e mi chiedevo quando sarebbe finita. Mi rigiravo nel letto senza riuscire a farla smettere. Poi mi ero alzato ed ero tornato in salotto. Mi ero sdraiato sul pavimento, avevo poggiato i piedi su una sedia e avevo cominciato a fare addominali. Salivo e scendevo, sentivo i muscoli che si gonfiavano e non avvertivo più dolore. Ero concentrato nello sforzo – inspira, sali su, espira, torna giù. Ero arrivato fino a cento. Poi avevo cambiato posizione e avevo ricominciato, per paura che ritornasse. Ed ero arrivato di nuovo fino a cento.
Mi ero alzato, ero andato in bagno e avevo infilato la testa sotto l’acqua fredda. I muscoli mi facevano male. Ero tornato a letto, avevo lasciato accesa la lampada sul comodino e mi ero addormentato.

Avevo passato la sera dopo in un bar. Ero rimasto seduto al bancone evitando lo sguardo del barista.
Il locale era piccolo e sporco. Il pavimento era ricoperto di cartacce e mozziconi di sigaretta. Le pareti erano rivestite da una tappezzeria pesante. Seduto su uno sgabello, bevevo e fissavo la mia immagine nello specchio appeso dietro al bancone. La giacca era sgualcita. Sarebbe bastato farmi la barba per recuperare un’aria decente. Mi guardavo attentamente. Studiavo i particolari. Come la basetta sfumava nella barba. Il gonfiore sotto gli occhi che si perdeva sugli zigomi. L’attaccatura delle labbra. Il colletto della camicia.
Quando avevo chiesto l’ennesimo whisky, il barista mi aveva detto che ero arrivato e che quello sarebbe stato l’ultimo che mi avrebbe servito. Avevo risposto con un cenno. Non m’importava. Avrebbe potuto trascinarmi giù dallo sgabello e sbattermi fuori a calci, o chiamare la polizia. Non sarebbe cambiato nulla.
Bevuto l’ultimo, avevo pagato e me n’ero andato. Non riuscivo a ricordare dove avevo lasciato la macchina. Barcollando, avevo attraversato la piazza deserta – la nebbia formava un alone appiccicoso intorno alla luce dei lampioni. Mi ero fermato per pisciare contro un muro. In quell’istante era passata una macchina. Qualcuno dall’abitacolo mi aveva urlato qualcosa che non ero riuscito a capire. Dopo aver vagato nei dintorni avevo trovato l’auto, avevo messo in moto e la notte era scomparsa sotto il tunnel della stazione.

Quando mi ero svegliato, la macchina era parcheggiata per metà su un marciapiede e l’autoradio era ancora accesa. Fuori, il giorno era già iniziato. La luce gialla di nuvole e pioggia si rifletteva sul vetro dei palazzi.
Avevo spento l’autoradio ed ero uscito dall’auto. Mi ero infilato in un bar per bere un caffè. La ragazza dietro il bancone mi aveva rivolto un cenno di saluto.
“Un caffè doppio,” avevo detto, appoggiandomi con i gomiti sul ripiano.
Dopo un paio di minuti, la barista aveva posato una tazza grande sul bancone. Avevo preso due bustine di zucchero e le avevo versate nel liquido scuro. Poi mi ero reso conto di non avere soldi con me. Avevo cercato il portafogli nella tasca interna della giacca ma non c’era. Avevo detto alla ragazza che sarei andato al bancomat per prelevare e che sarei tornato per pagare.
“Chi mi assicura che tornerà?” mi aveva chiesto, senza alzare lo sguardo dai bicchieri che stava asciugando con uno straccio.
“Nessuno,” avevo risposto. “Devi fidarti.”
Mi aveva rivolto un grugnito. Ero uscito ed ero tornato alla macchina.
Arrivato a casa, mi ero buttato sul divano. Erano le dieci passate.

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