Tonight I’ll be on that hill, ‘cause I can’t stop / I’ll be on that hill, with everything I got

La prima volta che ho ascoltato la musica del Boss avevo 17 anni. Un mio compagno del liceo mi aveva passato una parte del live 75-85. Era una cassetta basf da 90 minuti. Custodia trasparente, titoli scritti a mano. Dev’essere ancora a casa di mia madre, spero, rinchiusa in qualche cassetto.

Ogni adolescenza è peggio di una guerra, cantano i Tre Allegri Ragazzi Morti, e penso che sia uno dei versi più incisivi e reali della musica italiana, con buona pace di Mogol. È così. L’adolescenza è una guerra. Poi improvvisamente da un nastro spunta fuori la voce di qualcuno che vive a decine di migliaia di chilometri da te, ma sembra sapere esattamente come ti senti. E fa in modo che la sua musica ti entri nello stomaco come una dolce medicina e allo stesso tempo come un’enorme sveglia per riportarti alla realtà.

Circa un anno dopo aver ricevuto in regalo quel nastro, avevo comprato tutto quello che potevo su Springsteen. E avevo iniziato a suonare la chitarra. Il manuale del perfetto chitarrista, le settemila lire meglio spese della mia vita. Eccoli lì, tutti quegli accordi, do9, fasus4 ecc. Qualche mese dopo ho risposto a un annuncio di un gruppo di Lambrate, Le strade secondarie. Chiaramente ispirati a Bruce, cercavano un bassista. Io sapevo appena fare il giro di do sulla chitarra, ma mi presentai all’appuntamento. Con la spavalderia che si può avere solo in gioventù, andai a conoscere il cantante, Stefano Borella, un altro nome sulla lunga lista dei talenti sprecati di questo paese. Avevano un pianista eccezionale, che si faceva chiamare Grease e portava stivali di pitone. Capito? Stivali di pitone. Io ero, tipo, Wow – come Gene Wilder in Frankestein Junior: “Si-può-fare!”. Mi fecero sentire i brani, e mi piacquero molto. Ricordo ancora gli accordi e i titoli e i testi. Gli dissi che non avevo il basso – e che in realtà non lo suonavo neanche – ma che ne avrei recuperato uno e sarei diventato il loro nuovo bassista. Con mossa astuta, Stefano lasciò cadere la mia offerta, ma questo non ci impedì di diventare buoni amici.

Ero un adolescente introverso, molto introverso. Talmente chiuso da respingere qualsiasi tentativo di amicizia, di conoscenza. Recentemente ho scoperto che al liceo mi avevano appioppato un nomignolo piuttosto esplicito al riguardo – niente di cui andare orgogliosi. La mia politica era stare zitto, e ascoltare musica, sera dopo sera – e ogni tanto sbronzarmi. Mi chiudevo in camera, accendevo il fantastico stereo sharp acquistato mettendo via i soldi insieme a mio fratello – due posti cassetta, piatto per il vinile e lettore cd – mi chiudevo in camera, dicevo, ed entravo nel mio mondo. Spegnevo la luce e chiudevo gli occhi. Il boss contava 4, la folla urlava e il mio cuore andava in pezzi. Difficile spiegare adesso quella tonnellata di emozioni che mi arrivava addosso. Difficile spiegare come quella musica riuscisse a farmi sentire vivo nonostante le mie giornate fossero incredibilmente piatte e non riuscissi quasi a spiaccicare parola quasi con nessuno.

A un certo punto mio fratello iniziò a odiarmi perché ogni volta che tornava a casa mi trovava chiuso in camera – eravamo in tre a dividere la stessa camera da letto – con lo stereo acceso che immancabilmente rimandava le note della E street band. Ma dopo anni di dissenso, lo convinsi a comprare un biglietto per il primo tour del boss che avremmo potuto vedere. Quello con l’altra band. Sarebbe passato a milano per due date – una con biglietti solo per il resto d’italia, la seconda con biglietti solo per milano. Lo convinsi a comprare il biglietto, nonostante il giorno dopo avrebbe avuto lo scritto della maturità. La sera del concerto, tornai a casa, infilai le chiavi nella serratura e notai che alla fine del corridoio, là dove c’era la nostra camera, c’era la luce accesa. Attraversai il corridoio e spinsi la porta di legno che immancabilmente cigolò. Mio fratello era a letto, sprofondato nella lettura di uno dei miei libri su Springsteen. Quando fui entrato, abbassò il libro, mi lanciò uno sguardo al di sopra della copertina e mi disse soltanto: Grande. Poi riprese a leggere.

Un giorno, me lo ricordo come fosse oggi, me ne stavo sul divano dopo pranzo, e guardavo TMC2, che era una televisione musicale di allora. Di solito dopo il liceo tornavo a scuola, mi preparavo una pasta e guardavo la trasmissione Spaghetti Italiani, che mandava video di artisti italiani. Finita quella passavano video internazionali per tutto il pomeriggio. E quel giorno ero lì, sul divano, con la mia chitarra acustica amplificata coreana (marca Sae-Han, terrificante) e a un certo punto parte un video. Si sente una base di batteria quasi hip hop, riprese aeree su una città americana e poi nell’inquadratura compare il boss. Sventura, tregenda, dolore, tradimento. Iattura, maledizione, disgrazia. Il Boss, che fa un pezzo con una base di batteria così. Erano gli anni in cui cominciava ad affermarsi la prima scena r&b contemporanea, in cui le batterie sincopate campionate la facevano da padrone. All’epoca, per me, quello stile era il segno degli artisti che si svendevano al music business – non chiedetemi perché, ma era così. Quindi, quando ho sentito Streets of Philadelphia ci sono rimasto male. Molto male. Il Boss. Il campione della cassa sull’uno e sul tre e del rullo sul due e sul quattro. Un tempo hip hop. No. Cazzo. Merda. Vaffanculo. E adesso? Ci son voluti degli anni per capire che, giustamente, il talento di un artista rsiede anche nella sua capacità di cambiare, di allontanarsi dalla strada battuta fin lì. E comunque ogni dubbio ulteriore è svanito quest’estate quando sono stato a Philly e ho capito molte cose: la città è nera, dalle macchine e dalle finestre fuoriesce principalmente hip hop, quindi quell’arrangiamento, oltre a servire molto bene la canzone, ha anche un suo senso storico-sociale.

Nel 2002 ho firmato il mio primo contratto discografico. Non ci potevo credere. Avevo mandato i miei demo a David Lenci. E gli erano piaciuti. Mi aveva chiesto altro materiale e glielo aveva mandato. Poi mi aveva mandato una mail dicendo che secondo lui sarebbe stato il caso di registrare quella roba – che poi sarebbe diventata La superficie delle cose. Presi la mia Citroen Ax e mi precipitai verso Senigallia, al Red House, il suo studio di registrazione. Lì trovai quelli che una volta si chiamavano i One Dimensional Man, che stavano registrando. Arrivai giusto giusto per pranzo, ed ebbi la possibilità di assaggiare le cozze alla veneziana preparate da Pierpaolo – zafferano, vino bianco, prezzemolo e altri ingredienti segreti… Dopo pranzo io e David parlammo del mio lavoro – lui è una persona fantastica, oltre che un produttore di enorme talento. Ci trovammo in sintonia: io avevo le mie idee sul suono che avrebbe dovuto avere il disco, e corrispondevano alle sue. Detto così sembra la favoletta del Reader’s Digest, ma non è così scontato. Comunque, tornai a casa con il mio contratto discografico e, quando mi ripresi dall’euforia, decisi che avrei avuto bisogno di una chitarra nuova per registrare il mio primo disco. Feci un po’ di giri nei vari negozi di Milano finché approdai da GBL, dietro viale Monza. Lì trovai una Tele 52 reissue – la chitarra del mio eroe. La suonai per quasi due ore.

“Allora, la prendi?”

“Non saprei. Quanto costa?”

“Guarda, è una chitarra del 95. La riedizione della Tele del 52. Stessi legni, stessi circuiti. Costa 2500 euro.”

“Bella, molto bella. Non so, ci penso ancora un po’.”

Tornai a casa. A quell’epoca lavorava per una casa editrice e vivevo da solo in porta romana in un appartamentino di neanche 30 mq. E quei soldi li avevo. Mentre ero in metropolitana realizzai che avrei dovuto comprare quella chitarra. E mi venne l’angoscia, pensavo che avrebbero potuto venderla in quel preciso istante. Entrato a casa, presi le pagine gialle e trovai il numero del negozio.

“Salve, sono quello che ha provato la Tele. Me la può tenere fino a domattina?”

Ho 35 anni. Sono un rocker part-time – che vuol dire che faccio dischi e concerti quando mi pagano abbastanza per farlo o quando decido di avere qualcosa da dire e di avere voglia di dirlo (non è difficile ammettere che la seconda ipotesi si verifica molto più spesso della prima). Un mio amico dice che è necessario vivere nel presente, che bisogna accettare il passato come parte di ciò che ti ha condotto fino a cosa sei ora – nah, in realtà è il mio analista. E comunque lo so, sono circa vent’anni che provo questo esercizio. E allora stasera prenderò la mia copia di Darkness on the edge of town, metterò le cuffie per godermi ogni fruscio e pianterò gli occhi nel cielo nero che copre il mio palazzo. E quando, nella coda di Racing in the streets, l’organo e il rim faranno il loro ingresso, il mio cuore andrà in pezzi come la prima volta che ho sentito la canzone. E, senza pensare al passato, ringrazierò il sig. Springsteen, questo illustre sconosciuto, che tanta parte ha avuto nella mia vita. E gli farò gli auguri di buon compleanno.

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2 pensieri su “Tonight I’ll be on that hill, ‘cause I can’t stop / I’ll be on that hill, with everything I got

  1. INVERNO ’85
    Per tutto l’inverno dell’85
    ho passato i miei pomeriggi di fronte allo stereo
    in camera di mio fratello
    ad ascoltare Wicked Gravity di Jim Carroll
    Mi muovevo al ritmo della musica
    immaginando il modo in cui lui poteva muoversi
    Mi muovevo al ritmo delle chitarre elettriche
    Tutto quello che avrei voluto era essere lui
    nell’attimo in cui canta
    ‘Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata’
    Credo che in quel periodo
    la mia vita fosse tutta lì

    MASSIMO VOLUME “Lungo i bordi”

    Non c’è nostalgia, se riusciamo a trasmettere le emozioni legate a quei ricordi, a farle vivere, in qualche modo.
    Cosa che tu, caro Fabrizio, fai ogni volta che sali su un palco.
    Ci si vede presto in giro, spero.

    Il tuo omonimo

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