Due parole su La stupidità

1. Di cosa parliamo quando parliamo di Stupidità

Ho scritto “La stupidità” di getto, una domenica pomeriggio poco prima di Natale. Nel giro di mezz’ora era tutta lì, con il testo e la musica come potete sentirli. Era già da un po’ che volevo scrivere un brano del genere, una specie di blues urbano contemporaneo ma non trovavo le parole giuste.
Poi le parole sono arrivate, tutte insieme, come accade solo raramente. E sono il frutto dell’amarezza, del dolore e della rabbia per quello che sta succedendo nel nostro paese da un anno a questa parte.
Due episodi su tutti mi hanno particolarmente colpito: l’omicidio di Abba e il pestaggio di Emmanuel Bonsu. Il primo ad opera di due privati cittadini, il secondo perpetrato da agenti della Polizia Municipale di Parma. E, oltre a questi episodi specifici, il generale clima di intolleranza, di paura e di razzismo generato da una larga parte dei media.
Quando ho deciso di girare un videoclip del brano non avevo in mente di dedicarlo alla memoria di Abba. L’idea mi è venuta parlando dello script con Angelo Camba, il regista. Il video non è ispirato alla vicenda di Abba, anche se racconta una storia simile. Grazie a un amico giornalista del Corriere della Sera mi sono messo in contatto con la famiglia di Abba e ho ottenuto il loro consenso all’operazione, senza il quale non se ne sarebbe fatto nulla.

2. Quello che andava fatto

Il mio corpo dondola insieme al vagone mentre il treno si dirige verso Cimiano. Cimiano è dove la linea due viene fuori dal sottosuolo in un panorama spettrale di palazzi grigi anni settanta.
Venti minuti fa ero a casa mia. Bevevo un bicchiere di vino con il mio regista e discutevamo dello script. Ora sono qui in metropolitana, con il mio Mac che ha dentro i suoi gangli il brano, e Adiaratou, la sorella di Abba, che mi aspetta alla fermata di Cernusco sul Naviglio.
Il vagone puzza e scricchiola. Appoggio la nuca al finestrino, chiudo gli occhi e vorrei cancellare tutto questo in un solo istante. Sono in ritardo. Adiaratou mi chiama. Rispondo. Mi scuso. Dico che sto arrivando.
Poco dopo, sono in un centro sociale a Cernusco sul naviglio. Non c’ero mai stato prima da queste parti.
Sono nel mezzo della riunione del comitato per Abba. Questi ragazzi sono belli. Sono gli amici di Abba, che abitava proprio qui a Cernusco. Si riuniscono una volta a settimana.
Mi presento. Faccio una battuta per rompere la tensione. Spiego velocemente il pezzo – per quanto si possa farlo a parole – poi dico che la cosa migliore è ascoltarlo.
Partono la cassa e gli hand-claps. Osservo i piedi dei ragazzi mentre tengono il tempo. Il pezzo non è ancora finito che un ragazzino di fronte a me, con negli occhi una dolcezza che non è di questo mondo, mi dice: “Sarò felice di ascoltare ancora questa canzone”.
Ok, la mia cosa è finita. Oppure è solo iniziata.

In un momento di silenzio della discussione mi alzo, prendo la mia giacca di pelle dalla sedia dove l’avevo lasciata entrando, e saluto i ragazzi.
Mi avvicino alla madre di Abba per stringerle la mano, sperando che questo gesto riesca a far trapelare tutte le cose che non sono in grado di dirle. “Grazie signora” – le dico. Lei mi guarda soltanto, senza dire nulla, ma il suo sguardo vale più di qualsiasi parola.
È un attimo e sono in strada. Cernusco è deserta. Torno a piedi alla metropolitana.
Mentre aspetto il treno, fumo una sigaretta. Il fumo si alza verso il cielo. Guardo le volute leggere che si muovono verso l’alto. Arriva il treno. Salgo a bordo con l’unico pensiero di mangiare qualcosa appena arrivo a casa – oggi ho saltato sia pranzo che cena.
Il mattino dopo trovo una telefonata di Adiaratou sul cellulare. La chiamo subito. Mi spiega che mi aveva chiamato la sera prima, dopo il nostro incontro. Era dispiaciuta di non avermi riaccompagnato a Milano in macchina. Voleva sapere se il viaggio di ritorno in metropolitana era andato bene.

Qualche giorno dopo io e Angelo siamo andati in via Zuretti per fare delle riprese sul luogo dove si sono svolti i fatti. I muri sono pieni di scritte per Abba. Un modo per ricordare quello che è successo. Ogni tanto vengono cancellate, e puntualmente vengono rifatte. Va avanti così da un po’.
Eravamo lì con una piccola camera a mano; dopo un po’ si è avvicinato un tale per chiedermi cosa stavamo facendo. Un tipo robusto, sulla cinquantina. Gli ho spiegato brevemente senza scendere nei dettagli. Lui mi ha risposto che sì certo, il ragazzo è morto, ma comunque non va bene imbrattare i muri delle case, che sono proprietà privata.

3. Il futuro non è scritto

Una partitella di calcio tra bambini in un parco milanese. Mi fermo a guardare il gioco, è più forte di me. Come nelle illustrazioni di Sempé per Le Petit Nicolas di Goscinny, la partita si risolve in interminabili mischie a centrocampo, con gambe, braccia e piedi che mulinano in tutte le direzioni.
Poco lontano da me ci sono una bambina bionda e suo padre.

“Papà, sai che quello è un mio compagno di classe?”
“Quale?”, chiede il padre.
“Quello con la maglietta rossa”, risponde la bambina, indicando l’unico ragazzino di colore della partita.
Quello con la maglietta rossa.

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