The Junkyards

Ho passato i primi giorni di gennaio in preda a una sorta di febbre creativa (torna quando vuoi cara, non attendo altro) e nel giro di dieci giorni ho scritto un disco in inglese. Era una cosa che avevo in mente da tempo ma, si sa, certe cose non vanno sforzate, bisogna avere pazienza e attendere che si presenti il momento giusto. E tutto è venuto fuori in maniera incredibilmente spontanea: dodici canzoni, una dietro l’altra, tutte scritte di getto, buttate giù velocemente su un blocco di appunti e subito registrate in forma di provini completi. Dieci di queste sono finite nel disco. Di alcune canzoni il mattino dopo non mi ricordavo neanche gli accordi, così riascoltavo le registrazioni e capivo cosa avevo fatto. Ho scelto le dieci migliori (secondo me) e ho pensato a quali sarebbero stati gli uomini adatti per accompagnarmi in questa nuova avventura. Insieme a me nei Junkyards ci sono Marco ‘Ferro’ Ferrara (già al lavoro sui primi dischi di Cristina Donà, attualmente con Giuliano Dottori) al contrabbasso e Paolo Soffientini (NOA, Grandi Animali Marini) alla batteria. I più attenti di voi ricorderanno che Paolo ha suonato i tamburi su La superficie delle cose e per questo mi fa ancora più piacere riaverlo con me in questa nuova avventura. Bentornato Pao. Infine nei live avremo l’apporto di Marco Settanni alla chitarra elettrica.

recording @ jacuzi studio, milano. foto g.dottori.

Dopo aver passato qualche giorno con l’idea di fare uscire il disco a nome di Willy The Bone, una sorta di mio alter ego, alla fine ho deciso di utilizzare un nome da band, The Junkyards – Gli sfasciacarrozze –, anche per prendere le distanze da me stesso, cosa di cui mi capita di avvertire la necessità…

Il disco

Il titolo è Last Light on Earth – L’ultima luce sulla Terra – e pesca a piene mani da tutta la musica che ho sempre amato ma che non sono riuscito completamente a infilare nei miei dischi: folk, roots, una spruzzata di tex-mex e ritmi messicani, qualche blues urbano, reminiscenze sixties… Posso elencarvi con precisione i dischi che hanno forgiato l’idea, il concept e il suono di questo disco.

Eels, End Times: una folgorazione. Comprato a dicembre (grazie sempre a Fabio di Psycho Dischi che mi recupera tutti i dischi di cui ho bisogno), è stato veramente la molla che ha fatto scattare tutto. Un moderno bluesman che con infinita ingenuità e onestà ci racconta la sua vita con ciò che la sua sensibilità gli permette di usare – chitarre, piano elettrico, percussioni e una voce da rizzare i peli sulle braccia. Verso preferito del disco: “She locked herself in the bathroom again / So I am pissing in the yard” (Si è di nuovo chiusa a chiave in bagno / così sto pisciando in giardino).

The Low Anthem, Oh My God, Charlie Darwin. Melodie celestiali e strumentazione d’inizio secolo. Lo dico sempre: per andare avanti bisogna guardarsi alle spalle.

Tom Waits, Mule Variations. Oltre a contenere uno dei miei pezzi preferiti in assoluto – Hold On – questo disco è stato il mio manuale per arrivare a una scomposizione dei ritmi classici del r’n’r: la regola dice che sul 2 e sul 4 devi avere il rullante. Ecco, in questo disco sul 2 e sul 4 troverete quasi qualsiasi cosa, eccetto un rullante.

BRMC, Howl. Grandissimo disco, grandissimi suoni. In particolare l’impasto di chitarre acustiche e batteria raggiunge in queste registrazioni un picco di assoluto valore. Inoltre l’idea di usare quasi sempre il timpano come pezzo portante del drumming – una cosa che ovviamente non hanno inventato loro, penso ai Velvet Underground per esempio – l’ho ripescata da lì. In questo disco le batterie sono sempre essenziali e brutali, come dovrebbero sempre essere in un disco di r’n’r’.

Oltre a questi troverete reminiscenze sparse di Oh mercy di Dylan, Tunnel of love di Springsteen, un pizzico di blues rurale.

Fireworks over Chicago, il primo video:

 

 

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